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Materia Rinnovabile n°9

Il remaking cambierà l'economia di domani

Come è mutato negli anni il rapporto con l’usato sotto la spinta dell’innovazione, della pubblicità e della moda. Occorre recuperare la cultura del riuso dandole legittimazione etica e culturale e sviluppando infrastrutture tecnologiche adeguate.

La cultura dell’usato 

La cultura dell’usato è condivisione di ciò che abbiamo ora con chi lo ha avuto prima di noi o potrà averlo dopo di noi: nel tempo e nello spazio. E questo, sia che il passaggio di mano avvenga attraverso una o più compravendite; sia che avvenga attraverso le più diverse forme di dono o per vie ereditarie; sia che non avvenga affatto, perché siamo noi che continuiamo a usare la cosa già usata, dopo che è stata riparata. Sia infine che avvenga attraverso la condivisione vera e propria, che non è il passaggio da una mano all’altra, ma l’alternanza di molte mani sullo stesso bene. Che è forse la forma più spinta di riuso.

La dicotomia elementare tra nuovo e usato ci dice che, a ragion di logica, l’usato è più ricco di senso e più “nobile” del nuovo proprio perché vecchio o antico; e che il nuovo dovrebbe intervenire solo là dove l’usato non è più in grado di sopperire ai bisogni dei viventi: o per la sua quantità insufficiente; o per una naturale consunzione, che non fa altro che ridurne la quantità effettivamente disponibile; o perché il nuovo incorpora conoscenze che prima, al tempo in cui era nato l’oggetto usato, ancora non erano disponibili.

A complicare i termini di questa dicotomia intervengono però tre meccanismi che sono la molla degli odierni mercati e, attraverso di essi, sono anche la molla dello “sviluppo” economico, o di ciò che comunque si intende con questo termine: questi meccanismi sono l’iannovazione tecnologica, la pubblicità e la moda.

Si tratta di meccanismi che, nella forma e con la rilevanza che hanno assunto nel mondo contemporaneo, hanno poco più di un secolo di storia e in molti casi anche meno. Perché un tempo il ricorso a cose usate da altri, o la riparazione e il riuso, fino alla consunzione, di oggetti che noi stessi avevamo già usato erano nell’ordine delle cose.





L'innovazione tecnica

L’innovazione tecnica può creare nuove tipologie di prodotti, che prima non c’erano; e con questo creare nuovi e, per molti versi sacrosanti, bisogni che i prodotti vecchi e usati non sono in grado di soddisfare. Medicina, telecomunicazioni, mobilità e attività domestiche sono stati i campi privilegiati di questi processi nella vita quotidiana di oggi. 

Tutti gli ambiti della vita umana, compresi i più intimi, sono stati comunque investiti dalla diffusione del progresso tecnico, rendendo progressivamente inutilizzabili attrezzi, manufatti e modalità d’uso “superati” e riempiendo la nostra vita e le nostre abitazioni di prodotti e marchingegni sempre più complessi.





La pubblicità

Ma a imprimere velocità e frenesia a questo processo, a trascinare sempre più l’intero sistema produttivo verso i mercati di sostituzione, quelli che né colmano vecchi bisogni insoddisfatti, né soddisfano bisogni nuovi, ma creano il bisogno di sbarazzarsi del vecchio (producendo montagne di rifiuti) per accedere al nuovo (dilapidando sempre nuove risorse), è stata la pubblicità. La pubblicità è la vera grande innovazione che ha cambiato il volto dell’economia del ventesimo secolo. 

Oggi la pubblicità, grazie soprattutto ai progressi delle telecomunicazioni, raggiunge ogni angolo del mondo; accompagna in modo indissolubile ogni prodotto; controlla economicamente, attraverso i mass media, tutta l’informazione; si deposita in modo irreversibile nella coscienza e nell’inconscio di ciascuno di noi, plasmandone personalità, desideri e orientamenti. 

Un effetto della pubblicità, tanto fondamentale quanto trascurato, è quello di creare una barriera sempre più alta, e di rinnovarla ogni giorno, tra il nuovo e l’usato: un usato che diventa tale, cioè semplicemente “vecchio”, anche senza essere mai passato di mano. Lo fa accompagnando il nuovo passo per passo, a ogni suo “rinnovamento”; e sospingendo l’usato ogni volta ai margini, per fare posto al nuovo; anche quando esso è ben lungi dalla consunzione o dall’esaurimento della sua funzione. Lo fa imprimendo sull’utilizzo dell’usato le stimmate della riprovazione sociale – quella di non essere al passo con i tempi – per attribuire dignità di appartenenza al mondo immaginario che ha costruito soltanto a chi si impegna in una rincorsa sempre più affannosa del nuovo.





La moda

La vittima designata della moda è l’usato; che è “vecchio”, fuori moda, oggetto di irrisione e fonte di esclusione anche quando è sostanzialmente “nuovo”, cioè non consunto, poco utilizzato, perfettamente funzionale, ancora così come è uscito dalla fabbrica o è stato esposto nella vetrina di un negozio solo un anno prima.





L’ecodesign

L’inversione del paradigma che contrappone il nuovo all’usato non dovrà aprire una strada del tutto differente; una strada che rappresenta uno sviluppo e un’estensione di quella definita già oggi dai principi dell’ecodesign nella produzione degli oggetti nuovi. 

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