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Materia Rinnovabile n°9

Come distruggere le Trash Islands

Ogni anno finiscono in mare 20 milioni di tonnellate di plastiche: danno vita a vere isole galleggianti dove si contano fino a 100.000 oggetti per chilometro quadrato. Oppure si depositano sui fondali. Con il rischio in entrambi i casi di finire nelle pance dei pesci. E anche nelle nostre.

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La plastica non è tutta indistruttibile. Ma col passare degli anni e per la continuata inazione da parte degli stati rischiamo – oltre che di trovarla in mare a formare le famigerate “isole” – anche di trovarcela nella nostra catena alimentare. 

La straordinaria fortuna di questo materiale – plasmabile ma anche resistente e duraturo – ha reso la plastica onnipresente nella vita quotidiana. Ma l’incapacità di evitare che i prodotti in plastica finiscano nei fiumi e poi in mare ormai ha generato una vera e propria emergenza ambientale, di gravità sempre più preoccupante, che dev’essere assolutamente affrontata e in tempi rapidi. Parliamo del cosiddetto marine litter, traducibile in “rifiuti solidi marini”, ovvero l’inquinamento di mari e oceani causato dai rifiuti di origine antropica. Un fenomeno imponente ma che solo da pochi anni è indagato dal punto di vista scientifico. 

Gli scienziati – ma anche il sistema produttivo e le istituzioni – cominciano a interrogarsi alla ricerca di possibili soluzioni alla presenza e agli effetti dell’inquinamento da plastiche nell’ambiente marino Mediterraneo, delle possibili azioni di mitigazione e dell’uso sostenibile di nuovi materiali biodegradabili. Un momento di confronto importante è stato il Plastic Day, organizzato lo scorso 8 marzo all’Università di Siena, una giornata dedicata alla riflessione cui hanno partecipato ricercatori del dipartimento di Scienze fisiche, della terra e dell’ambiente dell’Università senese in collaborazione con numerosi attori istituzionali regionali e nazionali, stakeholders ed esponenti del mondo della ricerca e dell’università.

In realtà nel marine litter va inserito qualsiasi materiale solido durevole prodotto dall’uomo e abbandonato nell’ambiente marino. Oggetti dispersi nell’ambiente volontariamente, per incuria (pesca, trasporto marittimo, abbandono di materiale, attività sulle coste), o a volte contro la volontà umana (affondamenti di navi, disastri vari, tempeste, e così via). Quindi non c’è soltanto la plastica, ma anche gomma, carta, metallo, legno, vetro, stoffa e altro ancora. Materiali che in alcuni casi possono galleggiare sulla superficie del mare e talvolta essere trasportati sulle coste, in altri invece finiscono per depositarsi sui fondali. Con conseguenze – sempre negative – in tutti e due i casi. Inoltre alcuni di questi materiali nel tempo si degradano, diventando di dimensioni sempre più piccole per colpa degli agenti naturali, quali luce, batteri, sfregamento, ossidazione, erosione. 

Il guaio è che i materiali fatti di plastica o gomma sintetica sono durissimi a morire. In pratica, non muoiono mai, tendendo piuttosto ad aggregarsi in orrende zuppe di materiali di scarto più o meno aggregati che alcuni chiamano “isole di rifiuti” (in inglese Garbage Patch o Trash Islands). In queste zone è possibile rilevare una concentrazione di rifiuti pari a 25.000-100.000 oggetti per chilometro quadrato, materiali che di tanto in tanto scendono verso il fondo anche per lo sviluppo sulla loro superficie di microrganismi come alghe, spugne o mitili. Ma avviene un fenomeno ancora peggiore: per l’azione fisica del mare e delle coste questi oggetti di plastica possono frammentarsi in “microplastiche”, particelle molto piccole (meno di cinque millimetri) che vengono ingerite soprattutto dagli organismi marini che filtrano l’acqua (i cosiddetti filtratori) e direttamente o indirettamente dai pesci, dai rettili, mammiferi e uccelli marini. 

La situazione è preoccupante non solo negli oceani, dove, a causa delle correnti marine si sono formati da parecchi anni cinque enormi isole di residui plastici (in corrispondenza dell’Oceano Pacifico settentrionale e meridionale, Atlantico settentrionale e meridionale e tra Australia e India). Del resto, secondo stime recenti dell’Onu, dei 280 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno, ben 20 milioni finiscono regolarmente in mare. 

Ormai purtroppo anche il Mediterraneo e i nostri mari presentano gli stessi identici problemi. I risultati delle analisi realizzate dai biologi e dai ricercatori di Ispra, dalle Arpa regionali e dal Cnr, anche nell’ambito di programmi di ricerca europei, sono già allarmanti. Secondo una recente indagine di Goletta verde di Legambiente, del totale dei rifiuti galleggianti, il 95% è costituito da plastica: soprattutto teli (39%) e buste di plastica, intere e frammentate (17%). Il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale con 51 rifiuti per chilometro quadrato (la media è di 32). Le zone più dense sono quelle antistanti la costa tra Mondragone (Caserta) e Acciaroli (Salerno), dove sono stati contati 75 rifiuti per chilometro quadrato. In generale, il 54% dei rifiuti ha una presunta origine urbana e domestica; il 32% deriva da attività produttive e industriali. 

Come ha spiegato nel corso del dibattito Maria Cristina Fossi, ecotossicologa dell’Università di Siena, “tre tonni su dieci e un pesce spada su otto nelle diverse aree del Mediterraneo presentano rifiuti plastici nel proprio organismo”. Una tesi suffragata da uno studio portato avanti dall’ateneo toscano in collaborazione con l’Ispra da cui emerge che i nostri mari “hanno ormai le stesse concentrazioni di microplastiche delle grandi concentrazioni oceaniche”. Il problema è – ovviamente – ambientale e va a intaccare la biodiversità e la possibilità di sopravvivenza di numerose specie pelagiche a partire dalle balene e dalle tartarughe Caretta caretta (il 70% di quelle che frequentano le coste tirreniche ha presenza di plastiche nello stomaco). 

Ma anche i risvolti sanitari e i danni al tessuto produttivo non sono da sottovalutare: non solo i rifiuti danneggiano le attività di pescatori, i depuratori e altri impianti produttivi, ma non va dimenticato che ciò che ingeriscono i pesci finisce infatti per entrare anche nella nostra dieta. Molte di queste schegge, infatti, non sono distinguibili dal plancton di cui i pesci si nutrono. Così la plastica fa il suo ingresso nella catena alimentare e raggiunge quantità significative nei predatori più grandi: tonni, pesci spada e squali. “Oltre a danneggiare, fino a ucciderli, animali come le tartarughe, rilascia inquinanti come gli ftalati che interagiscono a vario livello con la salute degli organismi marini”, insiste Maria Cristina Fossi.

Trovare una soluzione al problema – concordano tutti gli esperti intervenuti a Siena – è importante e urgente. Ma la ricetta non è semplice e come si vede non passa per un solo intervento. Sia perché i rifiuti vagano da costa a costa anche per migliaia di chilometri e necessitano quindi di interventi sovranazionali. Sia perché numerose sono le fonti di produzione dei rifiuti che vengono poi riversati in mare. 

Ovviamente un primo passo fondamentale è quello di aumentare la consapevolezza del problema, cambiando abitudini grandi e piccole e favorendo in tutti i modi possibili la riduzione degli apporti di materiale che può diventare marine litter. Per esempio, anche se secondo molte stime solo il 20% circa dei rifiuti deriva da attività svolte in mare, occorre modificare le procedure per lo smaltimento dell’attrezzatura da pesca, che va fatto correttamente a terra. Per quanto riguarda la riduzione dell’apporto di plastica, invece, si può certamente puntare su meccanismi che accentuino la responsabilità del produttore (per esempio modificando la composizione del packaging e incentivando la restituzione e poi il riciclaggio dei contenitori). Insomma, bisogna fare il possibile per ridurre la quantità di rifiuti, sposando finalmente l’approccio innovativo dell’economia circolare, aumentando la raccolta differenziata per minimizzare la quantità di residui riversati in mare. Una carta da giocare è il recupero organizzato e sistematico del marine litter, sia sui litorali sia al largo, ideando sistemi di raccolta della plastica galleggiante e di quella scesa nei fondali marini. 

E infine, ci potrebbe essere un’altra soluzione. Ovvero scommettere sulla produzione di bioplastiche, derivanti da polimeri di origine vegetale, in grado di biodegradarsi in tempi ragionevolmente rapidi. Su questo tipo di tecnologia in Italia scommette moltissimo Novamont, inventore del Mater-bi, plastica biodegradabile utilizzata per la produzione di buste di plastica ma già sperimentata anche per le “calze per mitili” da impiegare nella mitilicoltura. “Occorre però ribadire” spiega Francesco Degli Innocenti, responsabile Ecologia dei Prodotti e Comunicazione Ambientale di Novamont “che l’industria delle bioplastiche non considera la biodegradabilità come una ‘licenza di littering’. Tutti i prodotti devono essere progettati per qualche forma di recupero. La biodegradabilità permette il riciclo organico, utile in molti casi.” Secondo Degli Innocenti la biodegradabilità in mare è una proprietà interessante per quelle applicazioni in cui il rilascio accidentale è sicuro o molto probabile. In questi casi la biodegradabilità può diventare un mezzo per ridurre il rischio ambientale. “Quando c’è una plastica che gira in mare può essere ingerita da un animale e produrre un danno”, continua Degli Innocenti. “Il rischio che questo danno potenziale si realizzi si riduce quanto minore è la concentrazione delle plastiche in acqua e tanto minore è il tempo di permanenza. Il rischio quindi non si annulla, ma viene diminuito di molto. Le nostre prove, validate da Certiquality nell’ambito del Programma pilota della Commissione europea “Environmental Technology Verification”, dimostrano che le bioplastiche Mater-Bi di nuova generazione sono in grado di biodegradare in meno di un anno.”

Si può dunque facilmente immaginare la sorpresa di una parte del mondo scientifico dopo la pubblicazione nel novembre scorso di un rapporto dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), dal titolo Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments. Un rapporto che sostanzialmente bocciava le bioplastiche degradabili come soluzione al problema, visto che la biodegradazione dei polimeri usati avverrebbe sostanzialmente solo in condizioni industriali, e comunque non in condizioni marine. Dove, invece, le bioplastiche degradabili avrebbero un comportamento paragonabile a quello delle normali plastiche. “La diffusione di prodotti etichettati biodegradabili – si legge nel rapporto Unep – non ridurrà in modo significativo il volume di plastiche che finiscono negli oceani o i rischi fisici e chimici per l’ambiente marino”. E anzi: secondo l’agenzia dell’Onu l’etichettatura dei prodotti come “biodegradabili” paradossalmente aumenterebbe l’inclinazione delle persone a produrre e liberare i rifiuti nell’ambiente.

La pensa in modo molto diverso il consorzio di ricerca Open-Bio, il progetto finanziato dalla Commissione europea per supportare azioni di standardizzazione, etichettatura e procurement dei prodotti biobased, ossia rinnovabili. In un recente documento in replica al rapporto Unep, Open-Bio ribadisce che la prevenzione del littering e la corretta gestione di tutti i rifiuti (compresi i biodegradabili) rimangono premesse irrinunciabili. Prevenzione, formazione e corretta gestione (compresi l’implementazione della raccolta differenziata e il riciclo organico delle plastiche biodegradabili) sono dunque tra le iniziative da attuare per contenerne la formazione. Tuttavia, nel merito, contrariamente a quanto riportato dall’Unep, le plastiche realmente biodegradabili possono avere un ruolo fondamentale nella tutela ambientale marina per realizzare quei prodotti professionali come, per esempio, le attrezzature per la pesca, la piscicoltura, quelle da spiaggia e via dicendo, ad alto rischio di dispersione. 

L’argomento resta di grande interesse e non solo in Europa, se si pensa che l’Astm, la Associazione americana per gli standard e l’Iso, l’Istituto internazionale di standardizzazione, hanno recentemente pubblicato nuovi metodi di prova per misurare la biodegradazione in mare.

Il marine litter è insomma entrato in modo deciso nella corposa agenda dei problemi ambientali che devono essere affrontati in modo globale, visto che, come mostrato a Siena, i rifiuti di plastica viaggiano in modo sorprendente da un continente all’altro.









Plastic Day: Marine litter, effetti, mitigazioni e soluzioni sostenibili, Università di Siena; www.unisi.it/plastic-day

Unep, Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environmentstinyurl.com/zzdabof

Consorzio di ricerca Open-Bio, www.biobasedeconomy.eu/research/open-bio/


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