Dispersione in ambiente, emissioni di gas climalteranti, difficoltà di raccolta e riciclo. Sono questi i capi di imputazione rivolti agli imballaggi di plastica prodotti con materia prima fossile. Per risolvere, o quanto meno limitare queste problematiche ambientali, le bioplastiche possono rappresentare una valida alternativa soprattutto se applicate ad imballaggi usa e getta come sacchetti di plastica, tazze da caffè e posate da asporto. Negli ultimi anni grossi investimenti in ricerca e innovazione hanno trasformato rapidamente la filiera delle bioplastiche in un mercato da 7,7 miliardi di dollari che, si stima, potrebbe raggiungere i 23 miliardi entro il 2026.
Il termine “bioplastiche” si riferisce generalmente a quelle materie plastiche prodotte da polimeri a base biologica, realizzati con materia prime rinnovabili come mais, canna da zucchero, cellulosa e alghe. A differenza delle plastiche tradizionali, che sono prodotti petrolchimici dalla significativa impronta carbonica, bioplastiche (non tutte) possono avere caratteristiche di biodegradabilità e compostaggio.
Le bioplastiche biodegradabili sono quelle plastiche che si decompongono attraverso l’azione di microrganismi presenti in natura. Questo non vuol dire però che si possano disperdere liberamente. Le tempistiche del loro processo di biodegradazione infatti dipendono da diversi fattori tra cui il tipo di bioplastica e l’ambiente circostante.
Molto più rapida risulta invece la decomposizione delle bioplastiche compostabili grazie all’azione di calore, umidità e batteri. Come gli scarti alimentari, vanno smaltite insieme ai rifiuti organici (umido) negli impianti di compostaggio. Da questi si ottiene una sostanza organica chiamata compost che viene utilizzata come ammendante e fertilizzante in agricoltura.
Ecco le bioplastiche più diffuse:
Generalmente la produzione di bioplastiche è responsabile di impatti ambientali inferiori rispetto alle plastiche fossili, soprattutto in termini di emissioni di gas a effetto serra e consumo energetico. Inoltre l’uso dei sacchetti compostabili per i rifiuti organici ha portato ad un aumento esponenziale del tasso di raccolta degli scarti alimentari e quindi una successiva valorizzazione di questa risorsa.
Tuttavia non sempre sono la soluzione più sostenibile. Le bioplastiche da colture intensive possono avere impatti negativi sulla biodiversità, sull’uso delle risorse idriche e sul consumo di suolo. Inoltre, non tutte le bioplastiche sono biodegradabili e possono necessitare di condizioni particolari per essere riciclate. È quindi importante esaminare l’intero ciclo di vita delle bioplastiche per conoscere il loro reale impatto ambientale oltre alla riduzione dell’uso delle risorse fossili.
Vista la complessità della nomenclatura e delle variabili da valutare, è spesso complesso per i consumatori orientarsi tra gli scaffali di un supermercato. Non esiste ancora un quadro normativo europeo che abbia stabilito dei criteri di sostenibilità e questo vuoto non può che alimentare la diffusone di fenomeni di greenwashing sull’etichette degli imballaggi in bioplastica. Attualmente la Commissione europea ha pubblicato solo delle linee guide per aiutare i cittadini europei “a capire in quali condizioni e applicazioni le bioplastiche possono apportare reali benefici ambientali”.
A volte il prefisso “bio” può essere fuorviante. Tecnicamente non tutte le bioplastiche sono biodegradabili o compostabili, e non tutte derivano da fonti rinnovabili. Alcune, come le bioplastiche “sintetiche”, possono essere prodotte anche a partire dal petrolio e includono polimeri come il PET. Si fa spesso confusione tra packaging biodegradabile e compostabile. La compostabilità è una proprietà ben definita che viene testata e valutata secondo prove e parametri standardizzati in ambienti di compostaggio, ma ciò non implica necessariamente che sia biodegradabile in altri contesti.