Circularity

Il divieto Ue di distruggere l'abbigliamento invenduto

Scritto da Circularity | 18 agosto 2026 15:35:54 Z

 

Dal 19 luglio le grandi imprese europee non possono più distruggere calzature, accessori e capi di abbigliamento rimasti invenduti. Il divieto, che verrà esteso anche alle medie imprese dal 2030, fa parte del regolamento europeo sull'ecodesign, una serie di norme che puntano a rendere più sostenibili, durevoli e circolari i prodotti venduti sul mercato Ue, non solo nella moda.

Secondo le stime dell’'agenzia europea dell’ambiente stima che ogni anno una percentuale compresa tra il 4% e il 9% di vestiti vengano distrutti senza essere mai stati indossati. Questo spreco di materia causa un’emissione annuale di circa 5,6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, una quantità pari all’impatto climatico di un paese come la Svezia.

La distruzione di beni invenduti costa un sacco di soldi anche alle aziende, e-commerce incluso. In Francia vengono distrutti ogni anno circa 630 milioni di euro di prodotti invenduti . Mentre in Germania quasi 20 milioni di articoli vengono resi e poi inceneriti o buttati in discarica. Tuttavia, al netto di queste spese, liberandosi dell’invenduto le imprese riducono i costi di immagazzinamento, lasciando spazio alla merce nuova.

Il Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR) aveva già introdotto l’obbligo di rendere pubbliche le informazioni sui volumi di prodotti invenduti smaltiti come rifiuti, adottando misure ragionevolmente praticabili per evitarne la distruzione, anche se, a differenza del divieto vero e proprio, non prevede sanzioni dirette in caso di mancata adozione.

 

Gli impatti sulle aziende 

 

Alcune aziende come H&M dicono di smaltire i capi invenduti con i saldi stagionali, la beneficienza, oppure trasportarli in mercati con più richiesta; altri si rivolgono ai venditori esterni. Altre imprese invece sono state accusate da una serie di inchieste giornalistiche di bruciare prodotti nuovi e senza difetti.

Il caso più noto è quello del marchio britannico di lusso Burberry, che nel 2017 bruciò merci invendute per un valore di 28,6 milioni di sterline.

La Federazione tedesca del commercio al dettaglio sostiene che i consumatori potrebbero trarre vantaggio dal divieto, grazie alla maggiore disponibilità di capi scontati attraverso outlet, vendite di liquidazione e canali dell’usato. Il direttore generale dell’HDE, Stefan Genth, ha tuttavia sottolineato alla Deutsche Welle che la modifica normativa rappresenterebbe una sfida significativa per molti esercizi commerciali, poiché «non tutta la merce invenduta può essere facilmente rivenduta o donata.

Secondo il Financial Times, il divieto assoluto risulta particolarmente problematico per il settore del lusso, i cui abiti e accessori sono venduti facendo leva sull’esclusività del marchio. Molti brand, infatti, sono restii a ricorrere a sconti o outlet per non compromettere il proprio posizionamento.

La nuova normativa potrebbe quindi costringerli ad affrontare costi di inventario più elevati, a sviluppare canali di vendita scontata sottoposti a un controllo rigoroso oppure a ridurre la produzione già a monte. Nel solo anno scorso, secondo i dati dell’associazione italiana di categoria Altagamma, quasi il 40% dei beni di lusso è stato venduto a prezzo scontato.

 

 Le realtà italiane virtuose

Come riporta un articolo di Materia Rinnovabile, ci sono realtà in Italia che dimostrano come un modello circolare sia possibile. Slow Fiber, per esempio, è una rete che riunisce oltre quaranta imprese e da tempo ha adottato pratiche che anticipano i requisiti di ecodesign introdotto dalla norma.

Un esempio virtuoso di questo network è la piemontese L'Opificio, che ricolloca gli stock di invenduto a prezzi speciali o cede i piccoli tagli ad aziende di tappeti e appassionati di bricolage.

La milanese Maglieria Gina recupera i filati con la tecnica della “ri-roccatura” e cede i tessuti fallati a stockisti, scuole o privati per l'auto-confezione. A Torino, il maglificio Oscalito trasforma gli scarti di cotone in imballaggi e i residui di lana-seta in nuovi capi. Quality Biella, infine, offre controllo e rammendo per reindirizzare i capi dei clienti verso gli outlet, riciclando internamente gli scarti per produrre grucce e portabiti.