Circularity

L’Europa deve trasformare il riciclo in politica industriale

Scritto da Circularity | 18 settembre 2026 13:49:46 Z

Il riciclo europeo impiega oltre tre milioni di persone e genera ogni anno 555 miliardi di euro di impatto economico. Cifre che mostrano il peso di una filiera ormai strategica per competitività, sicurezza degli approvvigionamenti e decarbonizzazione industriale dell'Ue.

Eppure, la transizione verso un’economia realmente circolare procede troppo lentamente. A questo ritmo, l’Unione europea rischia di non raggiungere i proprio obiettivi.

Queste stime sono state riportate nello studio Una nuova politica industriale europea per l’Economia Circolare, presentato a Cernobbio da TEHA Group – The European House Ambrosetti in collaborazione con Conai, il consorzio nazionale del riciclo di imballaggi.

Secondo il report la filiera del riciclo genera già effetti economici rilevanti, che vanno oltre il valore dei materiali recuperati. Per ogni euro investito nei sistemi di raccolta, selezione e riciclo, i benefici economici, ambientali e sociali per la collettività sono stimati in 1,66 euro. A questi si aggiungono 325 miliardi di euro di fatturato legati all’impiego di materie prime seconde nella manifattura.

“Le materie prime seconde sono una vera risorsa industriale per il nostro continente”, ha commentato Ignazio Capuano, Presidente di CONAI. Secondo Capuano, la competitività del sistema produttivo, la sicurezza degli approvvigionamenti e la capacità dell’Europa di trattenere al proprio interno una quota maggiore del valore generato dalla trasformazione delle risorse.

 

Il ritardo sul tasso di circolarità

l problema è che le potenzialità della filiera non sono ancora pienamente sfruttate. Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’Unione europea si è fermato al 12,2%.

Per raggiungere il traguardo del 24% entro il 2030, ovvero raddoppiare la quota di materiali riciclati reimmessi nell’economia, l’Europa dovrebbe incrementare il proprio ritmo di circolarità di 19 volte rispetto a quello registrato tra il 2018 e il 2024.

Il dato pesa tanto più in una fase segnata da tensioni geopolitiche, instabilità delle catene globali del valore e competizione crescente per le materie prime critiche.  

È necessario quindi rafforzare il mercato europeo delle materie prime seconde, ancora poco solido e penalizzato dal caro energia che sta mettendo in ginocchio diversi impianti in giro per l’Europa.

 

I tre punti deboli del sistema riciclo

 

TEHA e Conai individuano tre principali ostacoli allo sviluppo del mercato di materia riciclata. Il primo è lo scollamento tra gli ambiziosi obiettivi europei di riciclo e le condizioni operative delle filiere chiamate a realizzarli. Le imprese devono rispettare target elevati, ma si trovano ancora davanti a regole disomogenee, infrastrutture insufficienti e mercati frammentati.

Il secondo riguarda il divario tra domanda e offerta interna. Esistono pochi sbocchi sul mercato per le materie prime seconde, soprattutto nel comparto delle plastiche, dove i polimeri vergini costano molto meno di quelli riciclati. Ne deriva una domanda interna debole e intermittente, che rende più rischiosi gli investimenti in raccolta, selezione e riciclo.

Il terzo squilibrio è quello commerciale. L’Europa continua a esportare rifiuti ma, al tempo stesso, importa da Paesi extra-Ue circa il 40% delle materie prime seconde utilizzate. Un paradosso che indebolisce la capacità europea di trattenere valore lungo la filiera e riduce i benefici occupazionali e industriali potenzialmente associati al riciclo.

 

 Le priorità per Bruxelles 

La finestra per intervenire è ora, tra il 2026 e il 2027, quando sono attese quattro iniziative europee con conseguenze dirette sul comparto: il Circular Economy Act, l’European Products Act, il Critical Raw Materials Centre e la riforma degli appalti pubblici.

La priorità indicata dallo studio è l’armonizzazione delle regole. Oggi uno stesso materiale può essere considerato un prodotto in uno Paese e un rifiuto in un altro, con effetti sulla possibilità di commercializzarlo e impiegarlo nei processi produttivi.

Questa frammentazione normativa costa al solo settore europeo del riciclo delle plastiche circa 120 milioni di euro all’anno.

L’altra leva è la costruzione di una domanda più solida per le materie prime seconde. Secondo lo studio Teha, la capacità di raccolta e riciclo deve andare di pari passo con sbocchi industriali certi.

Gli appalti pubblici possono svolgere un ruolo decisivo, introducendo criteri vincolanti sull’impiego di materiali riciclati. Parallelamente, occorre rafforzare i controlli ambientali e qualitativi sui materiali importati, per evitare che la concorrenza di prodotti meno controllati penalizzi gli operatori europei.