Il governo italiano ha adottato un nuovo decreto sugli imballaggi che impone la compostabilità di alcune categorie di plastica monouso. Una misura destinata a ridurre l’uso di plastica fossile, ma che, secondo le associazioni ambientaliste, non affronta il nodo centrale della politica europea sui rifiuti: la prevenzione e il riutilizzo degli imballaggi.
La norma riguarda contenitori per alimenti e bevande destinati al consumo in alberghi, ristoranti e catering, confezioni monodose di condimenti e bustine monouso di cosmetici e prodotti per l’igiene utilizzati nelle strutture ricettive. Per i packaging in plastica che avvolgono frutta e verdura sotto 1,5 chilogrammi (reti, sacchetti e vassoi )è prevista invece un’esenzione temporanea.
Cosa prevede il decreto imballaggi
L’obiettivo del decreto è rendere compostabili alcuni imballaggi in plastica monouso, favorendo il loro conferimento nella frazione organica e il successivo trattamento negli impianti di compostaggio. Si tratta di una scelta che può contribuire a ridurre la dipendenza dalle materie plastiche di origine fossile e a migliorare la qualità del compost prodotto.
La misura arriva in un contesto europeo definito dal regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio, il PPWR, approvato definitivamente ad aprile. Il regolamento prevede che gli Stati membri possano estendere l’elenco degli imballaggi soggetti a obbligo di compostabilità, finora limitato a capsule di caffè e bustine di tè.
Entro il 12 febbraio 2027 la Commissione europea dovrà verificare se gli obblighi nazionali di compostabilità siano compatibili con l’articolo 9 del PPWR. La valutazione riguarderà soprattutto la reale possibilità di raccogliere i rifiuti biodegradabili e compostabili insieme all’organico, oltre alla disponibilità di sistemi di raccolta e infrastrutture adeguate.
Tra riuso e compostabilità
Per l’Italia, paese dotato di una filiera del compostaggio tra le più sviluppate in Europa, l’obbligo di compostabilità non dovrebbe incontrare ostacoli tecnici rilevanti. La questione è invece di principio: la compostabilità riduce l’impatto della plastica fossile, ma non elimina la produzione di rifiuti.
Le associazioni ambientaliste sottolineano che, quando esistono alternative concrete, la priorità dovrebbe essere il riuso. Il regolamento europeo indica infatti che gli imballaggi superflui devono essere eliminati o sostituiti da soluzioni riutilizzabili, indipendentemente dal materiale con cui sono realizzati: carta, plastica, alluminio o bioplastica.
Il dibattito riguarda anche la direttiva SUP sulla plastica monouso. Bruxelles ha incluso nella norma tutti i polimeri, compresi quelli biodegradabili e compostabili, perché non esistono garanzie sufficienti sulla loro capacità di degradarsi rapidamente in ambiente marino senza causare danni.
Le ong ricordano che sostituire la plastica convenzionale con materiali compostabili non equivale a ridurre i rifiuti. Le monoporzioni di condimenti per il consumo in loco, ad esempio, possono essere sostituite da erogatori riutilizzabili, così come le bustine monodose di shampoo e prodotti per l’igiene negli alberghi possono essere rimpiazzate da dispenser.
Il rischio, secondo gli esperti del settore ambientale, è considerare le bioplastiche una soluzione sufficiente al problema della dispersione dei rifiuti. La vera leva sarebbe invece agire a monte, riducendo la quantità di imballaggi immessi sul mercato e privilegiando modelli di riuso, ricarica e distribuzione sfusa.
Non tutti gli imballaggi usa e getta sono considerati superflui. Film per pacciamatura agricola, packaging a contatto con alimenti freschi e sacchetti per la raccolta dell’organico sono applicazioni in cui la bioplastica compostabile può offrire benefici ambientali, se gestita correttamente nella filiera del compostaggio.
L’Italia è stata tra i primi paesi a sviluppare questi prodotti e a creare una filiera industriale delle plastiche biodegradabili e compostabili. Tuttavia, dopo un decennio di crescita tra il 2012 e il 2022, il settore ha registrato una frenata. Secondo l’ultimo report di Assobioplastiche, il calo del fatturato è stato influenzato anche dall’aumento dei costi energetici seguito all’invasione russa dell’Ucraina.
Il rallentamento non è solo italiano. Nel 2024 il tasso globale di utilizzo della capacità produttiva delle bioplastiche è sceso dal 68 al 58%. Anche le previsioni di crescita si sono ridotte: nel 2018 si stimava che la capacità mondiale avrebbe superato 2,6 milioni di tonnellate entro il 2023, mentre si è fermata intorno a 2 milioni di tonnellate, circa un quarto in meno rispetto alle attese.