Negli ultimi anni numerosi studi hanno sostenuto di aver individuato micro e nanoplastiche in praticamente ogni parte del corpo umano: dal cervello ai testicoli, dalle placente alle arterie. Paper accademici che hanno fatto il giro del mondo e sono state ampiamente riprese dai media internazionali. Tuttavia, secondo quanto riportato dal Guardian, una parte crescente della comunità scientifica sta mettendo in discussione l’affidabilità di molte di queste conclusioni, sollevando dubbi su possibili contaminazioni e falsi positivi.
L’inchiesta del Guardian
Non c’è alcun dubbio che l’inquinamento da plastica sia ormai onnipresente nell’ambiente e che frammenti plastici siano presenti nel cibo, nelle bevande e nell’aria che respiriamo. Molto meno chiari, però, sono i potenziali effetti sulla salute umana delle microplastiche e delle sostanze chimiche che contengono.
Il nodo centrale del dibattito riguarda le difficoltà tecniche legate all’analisi di particelle estremamente piccole, spesso al limite delle capacità delle attuali tecniche analitiche, soprattutto quando si tratta di campioni biologici umani. Secondo diversi ricercatori intervistati dal Guardian, non vi è alcun sospetto di comportamenti scorretto o poco etici, ma la corsa a pubblicare risultati rapidamente, talvolta da parte di gruppi con competenze analitiche limitate, avrebbe portato a conclusioni affrettate e alla mancanza di controlli scientifici di routine.
Il giornale britannico ha identificato almeno sette studi che sono stati formalmente contestati da altri gruppi di ricerca attraverso articoli critici pubblicati sulle stesse riviste scientifiche. All’elenco si aggiunge una recente analisi di 18 studi, nei quali non sarebbe stato adeguatamente considerato il fatto che alcuni tessuti umani possono generare segnali chimici facilmente confondibili con quelli delle plastiche più comuni.
Possibili contaminazioni e falsi positivi
Un caso emblematico riguarda il cervello umano, composto per circa il 60 per cento da lipidi. Alcune tecniche di analisi producono segnali che possono essere scambiati per quelli del polietilene, una delle plastiche più diffuse al mondo. Il sospetto è che in almeno uno degli studi più citati il grasso cerebrale sia stato erroneamente identificato come microplastica, falsando i risultati. Problemi analoghi sarebbero emersi in ricerche su altri tessuti, dalla tiroide ai testicoli, dove sono stati segnalati livelli insolitamente elevati di microplastiche.
Oltre ai falsi positivi, diversi studi sarebbero stati influenzati da contaminazioni avvenute in laboratorio. In almeno un caso, i ricercatori non avrebbero analizzato campioni ambientali degli spazi in cui venivano effettuati i prelievi, rendendo impossibile escludere che le particelle rilevate provenissero dall’ambiente circostante piuttosto che dai tessuti analizzati.
Secondo gli scienziati più critici, il problema di fondo è l’assenza di standard condivisi nello studio delle microplastiche nel corpo umano. Senza protocolli comuni, le misurazioni non sono facilmente comparabili e diventa difficile costruire un consenso scientifico solido su una questione su cui sono già state investite risorse economiche significative.
I dubbi che scuotono i gruppi di ricerca
I dubbi sono una vera e propria “bomba”, secondo Roger Kuhlman, un chimico che ha lavorato presso la Dow Chemical Company. “Questo ci sta davvero costringendo a rivalutare tutto ciò che pensiamo di sapere sulle microplastiche presenti nell’organismo. Il che, a quanto pare, non è poi così tanto. Molti ricercatori stanno facendo affermazioni straordinarie, ma non forniscono nemmeno prove concrete”, Kuhlman ha dichiarato al Guardia.
Sebbene la chimica analitica disponga di linee guida consolidate su come analizzare accuratamente i campioni, queste non esistono ancora specificamente per le nanoplastiche, ha affermato il Dott. Frederic Béen, della Vrije Universiteit di Amsterdam: “Tuttavia, vediamo ancora molti articoli in cui le buone pratiche di laboratorio standard che dovrebbero essere seguite non sono state necessariamente seguite”.
Le implicazioni vanno oltre il dibattito accademico. Prove scientifiche poco solide o errate sui livelli di microplastiche nell’organismo umano potrebbero portare a regolamentazioni e politiche pubbliche mal concepite, con conseguenze potenzialmente problematiche. Allo stesso tempo, queste debolezze metodologiche rischiano di offrire argomenti ai lobbisti dell’industria della plastica, che potrebbero usarle per screditare anche preoccupazioni fondate, sostenendo che non abbiano basi scientifiche solide.
Sebbene le tecniche analitiche stiano migliorando rapidamente, le critiche rivolte agli studi più citati sollevano interrogativi cruciali su ciò che sappiamo davvero oggi e su quanto le persone dovrebbero preoccuparsi della presenza di microplastiche nel proprio corpo.