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La circolarità della calce e della malta

di Circularity

Data 01/03/2026
Tipo Caso studio

Ci sono poche filiere circolari come quella della calce e della malta. Un settore molto energivoro, ma che grazie al riciclo è impegnato a ridurre il proprio impatto ambientale con risultati eccellenti.

Nel 2024 la filiera italiana della calce e delle malte ha riciclato il 94,7% dei rifiuti prodotti, pari a 15.171 tonnellate, confermando un percorso di progressivo rafforzamento del recupero materico. Solo il 5,3% degli scarti, infatti non è stato riciclato, mentre la quota di rifiuti pericolosi si è attestata all’1,4%.

Il dato è emerso dal bilancio di sostenibilità 2023-2024 diffuso da CAMA, associazione dell’Industria Italiana della Calce e delle Malte, che fotografa un comparto impegnato a coniugare competitività industriale e riduzione dell’impatto ambientale. Rispetto all’anno precedente, il tasso di recupero migliora di un decimale (dal 94,6% al 94,7%), un incremento minimo ma indicativo di una traiettoria stabile e positiva, anche a fronte di volumi produttivi in crescita.

«I dati del Bilancio di Sostenibilità dimostrano come la filiera italiana della calce e delle malte sia oggi impegnata in un percorso concreto di decarbonizzazione, con risultati misurabili”, ha dichiarato Leone La Ferla, presidente di CAMA. L’elevata capacità di recupero dei rifiuti, l’impiego crescente di biomassa e il contributo della ricarbonatazione rappresentano asset strutturali della nostra strategia di transizione ambientale, che deve procedere in equilibrio con la competitività industriale e la continuità produttiva», 

La calce deriva principalmente dal calcare, una roccia sedimentaria composta in prevalenza da carbonato di calcio (CaCO₃), estratta in cava. Il processo produttivo avviene in forno, dove il calcare viene sottoposto a elevate temperature (circa 900–1.000 °C) per ottenere calce viva (ossido di calcio) attraverso la cosiddetta decarbonatazione.

La malta, invece, è un composto ottenuto miscelando un legante (tradizionalmente calce, ma anche cemento), aggregati fini come la sabbia e acqua. Nel caso delle malte a base calce, il legante è proprio la calce spenta. Entrambe trovano applicazione in diversi settori, tra cui l’edilizia per intonaci, murature e restauri. Oppure nelle acciaierie come fondente, nell’industria chimica e nelle cartiere, sia nel processo produttivo della pasta di cellulosa sia nel trattamento delle acque e dei sottoprodotti.

Emissioni in calo e più rinnovabili

Sul fronte prettamente climatico, le imprese associate hanno ridotto del 5% le emissioni complessive di gas serra, riducendole da 192.809 a 182.584 tonnellate di CO₂ equivalente. Un risultato legato soprattutto agli interventi di efficientamento energetico e all’aumento dell’approvvigionamento da fonti rinnovabili.

In particolare, le emissioni indirette Scope 2, legate ai consumi energetici, sono diminuite del 24%, segnale di una progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi.

Un ruolo centrale è giocato dalla sostituzione dei combustibili fossili con biomassa rinnovabile. Nel 2024 la biomassa ha coperto circa il 54% del fabbisogno energetico del settore, diventando la principale fonte utilizzata. Secondo le stime del comparto, questa scelta ha consentito di evitare circa 233 mila tonnellate di emissioni fossili di CO₂ equivalente.

Il ruolo chiave della ricarbonatazione

Accanto agli interventi su energia e rifiuti, la filiera della calce può contare su una caratteristica intrinseca del materiale: la ricarbonatazione. Si tratta di un processo naturale che consente ai prodotti a base di calce di riassorbire parte della CO₂ emessa nella fase produttiva.

Il ciclo inizia con la decarbonatazione del calcare (carbonato di calcio), sottoposto ad alte temperature per ottenere calce viva e liberare anidride carbonica. Successivamente, una volta idratata e trasformata in calce spenta per l’impiego in malte, intonaci o pitture, il materiale entra in contatto con l’aria e reagisce con la CO₂ atmosferica, trasformandosi nuovamente in carbonato di calcio.

Secondo le stime richiamate nel report, circa il 33% delle emissioni di processo viene riassorbito già nel primo anno di vita del prodotto. La CO₂ viene così fissata in modo permanente nella struttura del materiale, contribuendo a ridurre l’impronta carbonica complessiva e migliorando al tempo stesso durabilità e resistenza.

In un contesto industriale ad alta intensità energetica, la combinazione tra recupero quasi totale dei rifiuti, crescente impiego di biomassa e capacità di ricarbonatazione posiziona la filiera italiana della calce e delle malte come uno dei comparti manifatturieri più avanzati nel percorso verso la neutralità climatica.

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