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Come catturare (e riciclare) il particolato atmosferico dagli pneumatici usurati

di Circularity

Data 03/05/2026
Tipo Caso studio
Penumatici

L’usura degli pneumatici genera un miscela di particelle sospese in aria che contribuisce in modo significativo all’inquinamento urbano. Lo sa bene la startup britannica Tyres Collective,che ha sviluppato un dispositivo innovativo per catturarlo direttamente durante il tragitto dei veicoli. 

Durante la guida, le particelle rilasciate dall’usura degli pneumatici vengono catturate da un filtro elettrostatico. Il dispositivo interviene in modo selettivo proprio su questo tipo di emissioni non di scarico, e il particolato raccolto può essere riciclato in applicazioni industriali come il bitume, le suole per le scarpe o i materiali fonoassorbenti.

Per ora, il dispositivo, fissato dietro lo pneumatico, viene testato soprattutto su veicoli di grandi dimensioni, dai quali si raccoglie una quantità maggiore di particelle. Nel progetto pilota con la città di Strasburgo, in una settimana è stato catturato circa il 25% del PM2,5 e PM10 che un veicolo genera normalmente.

La tecnologia si definisce “collective” perché rimuove anche il particolato già depositato sull’asfalto da altri mezzi, e le percentuali, pur modeste, superano di oltre il doppio il valore di riferimento.

Queste emissioni non di scarico rappresentano una sfida complessa per le città europee, dove la stagione invernale porta con sé smog e un grosso calo della qualità dell’aria. Oltre alle emissioni industriali, dal riscaldamento residenziale e dai tubi di scappamento (in calo grazie all’elettrificazione), freni e pneumatici emettono PM2,5 e PM10 che neppure la transizione verso veicoli elettrici riesce ad eliminare del tutto.

I danni del particolato non di scarico

Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, il particolato atmosferico causa oltre 239.000 morti premature nel 2022, legate a malattie cardiovascolari, tumori, infezioni respiratorie e persino correlazioni con l’alzheimer.

Uno studio recente di e:misia, commissionato da EIT Urban Mobility e presentato a Londra, Milano e Barcellona (Study on non-exhaust emissions in road transport), rivela che queste emissioni rappresentano tra il 68% e l’88% del PM10 e fino al 78% del PM2,5 urbani. Oltre all’aria, contaminano suolo e acque, con impatti ecologici preoccupanti.

Le frenate frequenti, tipiche delle aree urbane con curve e accelerazioni, rendono i freni la fonte principale (40% delle particelle nell’aria), mentre l’usura degli pneumatici si accumula nella polvere stradale, nelle reti idriche e nel suolo. Il report avverte: i veicoli elettrici più pesanti potrebbero peggiorare il fenomeno.

Soluzioni coordinate per invertire la rotta

Lo studio indica che il modo più efficace per ridurre questi inquinanti è cambiare i comportamenti di mobilità: privilegiare mezzi pubblici, bici e piedi al posto delle auto private.

Una simulazione su Londra mostra che freni e pneumatici resistenti all’usura offrono il beneficio economico netto più alto, con 235 milioni di euro per la società entro il 2050, amplificati da shift modali e veicoli adatti.

Solamente un approccio coordinato, che combini regole, innovazione tecnologica e cambiamenti comportamentali, potrà risultare efficace contro il particolato atmosferico, spesso poco discusso nonostante il suo impatto ambientale e sanitario nelle aree urbane. 

Lo studio di EIT Urban Mobility invita le autorità a espandere le zone a basse emissioni (LEZ), che già riducono l’inquinamento atmosferico e migliorano la salute pubblica limitando i veicoli più inquinanti. Propone inoltre di abbassare i limiti di velocità, che come dimostra il caso di Bologna, dimezza gli incidenti stradali e aumenta la sicurezza pedonale; penalizzare i SUV pesanti con tariffe mirate, e investire massicciamente in trasporti pubblici efficienti, infrastrutture pedonali e ciclabili per ridurre la dipendenza dall’auto privata.

Intanto la Bruxelles si sta già muovendo per arginare il problema: il regolamento Euro 7, in vigore dal 2026, introdurrà per la prima volta limiti specifici su PM10 da freni e microplastiche da pneumatici (fino a 3 mg/km), con metodi di misurazione armonizzati a livello UE, ma gli effetti sul parco circolante richiederanno anni per manifestarsi pienamente, data l’applicazione solo ai nuovi veicoli.

Queste misure, integrate con pneumatici e freni a bassa usura, potrebbero dimezzare le emissioni urbane entro il 2030, secondo proiezioni europee. Insomma, esperienze come quella di Tyres Collective dimostrano che la tecnologia può fare la differenza, integrandosi in strategie urbane più ampie per una mobilità sostenibile.

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