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2° Notizia dal mondo circolare – Febbraio 2020

di Silvia Zamboni, Materia Rinnovabile n. 29-30

Data 31/01/2020
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Uno shock di portata mondiale: impossibile definire diversamente il terremoto commerciale, con ovvie ripercussioni ambientali, scatenato nel circuito globale del riciclo dallo stop all’importazione di rifiuti di plastica introdotto a inizio 2018 dalla Cina, il paese che fino a quella data ne era stato il primo importatore al mondo. 

“Per anni c’è stata l’elevata domanda di scarti di plastica da parte della manifattura cinese, a fronte di un’insufficiente produzione nazionale di materia vergine. Un gap oggi colmato dalla produzione interna e dal riciclo degli scarti accumulati in Cina”, spiega Kate O’Neill della Berkeley University. “Del resto, è la stessa dinamica che ha già attraversato il settore dei rifiuti elettronici: prima la Cina li ha importati, per una certa fase anche illegalmente, poi ha avviato la bonifica dei villaggi del riciclo, creando parchi industriali dedicati a questa attività”. Inoltre, precisa O’Neill, sul divieto hanno inciso le preoccupazioni di Pechino per i livelli d’inquinamento interno e il desiderio di scrollarsi di dosso l’immagine di paese-discarica del mondo. 

Per queste ragioni è arrivato al capolinea il traffico dei rifiuti che approdavano nei porti cinesi e via Hong Kong a bordo di navi che poi ritornavano in Europa e America del Nord cariche di prodotti realizzati spesso con la stessa plastica (non sempre sanificata adeguatamente) ricavata da quei cascami in impianti non di rado fatiscenti e in condizioni ambientali miserevoli. “Il divieto ha eliminato la terza gamba del circuito ‘raccogli, differenzia, esporta’ su cui l’Occidente ha campato a lungo”, sintetizzava a settembre la rivista The Economist. Un divieto appesantito dall’analogo stop all’import di rifiuti di carta. Risultato: dagli Usa all’Australia, passando per l’Europa, migliaia di balle di rifiuti di plastica e pile di carta e cartone giacciono “spiaggiati” sui piazzali delle imprese del riciclo. E non basta: la Cina vuole estendere il bando ad altre tipologie di rifiuti per un valore economico stimato in 24 miliardi di dollari l’anno. 

Una panoramica dettagliata sui 21 maggiori paesi esportatori e i 21 maggiori importatori, nel periodo gennaio 2016-novembre 2018, è disponibile nel rapporto Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica pubblicato ad aprile da Greenpeace Italia. A guidare la classifica dell’export gli Stati Uniti, seguiti da Giappone, Germania, Regno Unito e Belgio. I primi cinque paesi importatori sono Malesia, Thailandia, Vietnam, Hong Kong e Stati Uniti. A questi più di recente si sono aggiunti Indonesia, Cambogia, Filippine, India, Taiwan, Corea del Sud, Turchia, mentre in Europa stanno acquisendo crescenti quote di mercato dell’export intra-Ue Romania e Slovenia. 

Due le principali criticità evidenziate dal rapporto. La prima: la maggior parte dei rifiuti di plastica viene esportata in paesi con regolamenti ambientali poco o per nulla rigorosi. Seconda: a fronte del quasi dimezzamento dell’export, gli Stati esportatori devono gestire un’eccedenza che ha creato problemi ai sistemi locali di raccolta e riciclo, spianando la strada allo smaltimento in discarica e negli inceneritori, oltre che all’export illegale. 

L’incubo odierno per le imprese esportatrici – trovare alternative al mercato cinese – non è affatto di facile soluzione, considerati anche i risvolti economici. Per la Germania, per esempio, il movente alla base dell’esportazione verso la Cina non era la volontà di seguire percorsi di smaltimento illegale, bensì la convenienza. “I cinesi erano disposti a pagare tariffe più elevate della concorrenza tedesca grazie al costo inferiore della loro manodopera, che consentiva di selezionare manualmente i rifiuti, operazione non redditizia in Germania” spiega Henning Wilts, direttore del dipartimento di economia circolare del Wuppertal Institut di Berlino. “A ciò si aggiungeva il costo contenuto del trasporto perché le navi ripartivano cariche di prodotti cinesi. Inoltre, gli standard ambientali della Cina non sono paragonabili a quelli della Germania, sia per i processi di riciclo, sia per il trattamento finale della parte residuale non riciclabile, che in Germania alimenta i termovalorizzatori, mentre in Cina di solito finisce in mare, insieme ai rifiuti scaricati da altri paesi del Sudest asiatico”. 

Non tornano più i conti anche negli Usa, dove nei primi sei mesi del 2018 l’export è sceso del 38% rispetto al 2017, “prosciugando improvvisamente i ricavi della vendita alla Cina dei materiali da riciclare, proventi con cui le imprese statunitensi ammortizzavano i costi di raccolta”, annota The Economist.

Per uscire dal tunnel, le imprese tedesche – che nei primi sei mesi del 2018 hanno ridotto l’export del 20% – si sono dirette in Malesia, Vietnam, India, Indonesia e Turchia, dove hanno scaricato 531.000 tonnellate di rifiuti (il triplo dell’anno precedente), per un valore di 169 milioni di euro. “Questi paesi, però, non sono in grado di reggere una tale pressione, tanto che anche il Vietnam di recente ha imposto dei limiti all’importazione. E così la giostra mondiale dei rifiuti continua a girare”, conclude Wilts. 

In questo quadro di convulsi riposizionamenti, c’è anche chi vede il bicchiere mezzo pieno delle nuove opportunità che si aprono. “Lo stop cinese sta rilanciando l’industria nazionale del riciclo statunitense”, titolava l’Associated Press il 18 maggio scorso. “Le cartiere americane approfittano dell’abbondanza di materiale di scarto a basso costo, e gli impianti che prima esportavano i rifiuti di plastica e metallo si ristrutturano per trattarli in sede propria”. Gli investimenti annunciati nelle sole cartiere negli ultimi sei mesi sono stati pari a un miliardo di dollari. Tra gli investitori anche imprese cinesi, interessate a disporre di rifiuti di carta, plastica e metalli da riciclare e reimpiegare nell’industria manifatturiera in Cina. Nonostante ci siano Comuni costretti a tagliare i programmi di raccolta differenziata nell’impossibilità di collocare i rifiuti selezionati, “per il settore del riciclo statunitense questa è una fase molto favorevole”, sostiene Neil Seldman, co-fondatore dell’Institute for Local Self-Reliance. 

Il vero punto, però, è uscire dall’attuale gestione del commercio mondiale dei rifiuti ambientalmente insostenibile. Una strategia globale in tal senso è stata elaborata da Yong Geng (Jiao Tong University, Shanghai), Joseph Sarkis (Worcester Polytechnic Institute, Massachusetts, Usa), Raimund Bleischwitz (University College London). Cinque gli step proposti. Per prima cosa occorre costruire un data-base sull’uso incrociato delle risorse, che includa indicatori sui flussi di materiale, acqua ed energia, gestito da organismi internazionale, come l’Unep. Quindi bisogna realizzare una piattaforma digitale mondiale per lo scambio di informazioni, sul modello del Green Growth Knowledge Platform di Seoul. Terzo passaggio: promuovere sperimentazioni tramite alleanze internazionali e trasferire i modelli-pilota del settore in uso in Cile, Canada e Scandinavia nei paesi che vivono di export di materie prime, come molti di quelli africani. Occorre inoltre sviluppare e armonizzare standard di performance, rendicontazione e per i prodotti futuri. Quinto e ultimo punto rivolto ai decisori politici: sostenere l’introduzione di regolamenti, risolvere controversie e applicare sanzioni su scala mondiale, a cominciare dal livello degli accordi volontari.

E ovviamente, aggiungiamo noi, ridurre a monte la produzione di rifiuti, se vogliamo davvero fermare la giostra dei rifiuti. O sarà una montagna che ci seppellirà. 


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