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Value Gap, l’economia lineare spreca un terza del PIL

di Circularity

Data 03/05/2026
Tipo News

Dall’edizione 2026 del Circularity Gap Report di Circle Economy (con Deloitte Olanda) emerge che il modello “produce-usa-butta” erode ambiente e portafogli: per la prima volta quantifica il Value Gap: 25.400 miliardi di euro annui persi a causa dell’approccio lineare delle economie moderne.

Si tratta di una cifra gigantesca, paragonabile a circa un terzo del PIL mondiale. Tradotto: su 3 euro generati globalmente, 1 finisce nel nulla. Seconod Circle Economy solo l’economia circolare può recuperare questo buco nero.

Oltre il PIL, il value gap rivela le perdite dell’economia linerare

Arnold Tukker, esperto di ecologia industriale a Leiden, ha commentato: “Il Value Gap debutta nel report, ampliandone l’orizzonte in modo chiave, pur con sfide analitiche. Le scelte di business e governi seguono i soldi”. Consumo, raffinazione ed estrazione materie prime alimentano un clima instabile, la perdita di biodiversità e la carenza idrica. Il materiale antropico eccede la vita biologica globale. 

Eppure, questo aumento del consumo di materiali non produce più grossi rendimenti, soprattutto nei paesi ricchi. La produttività globale delle risorse (ovvero la produzione economica generata per unità di materiale utilizzato) si è di fatto arrestata nell’ultimo decennio, con sprechi che si manifestano soprattutto in cinque aspetti: residui di lavorazione non valorizzati, inefficienza energetica, spreco alimentare, rifiuti smaltiti in discarica e degrado prematuro del capitale fisso.

Secondo il report, il valore perso durante la trasformazione delle materie prime in semilavorati o prodotti finali a causa di inefficienze, difetti e riduzione della resa ammonta a 904 miliardi di euro; le dispersioni del sistema energetico costano circa 8.700 miliardi; gli alimenti commestibili che escono dalla catena di approvvigionamento senza essere consumati – comprese le perdite durante lo stoccaggio, il trasporto, la vendita al dettaglio e il consumo finale − valgono 650 miliardi. I rifiuti non valorizzati (10.000 miliardi) e la perdita di valore subita nel corso dell’anno da macchinari, impianti, fabbricati e mezzi di trasporto (5.200 miliardi) chiudono l’elenco degli sperperi del modello lineare.

Alvaro Conde, lead del report per Circle Economy, avverte che queste perdite sono radicati nel sistema, non sono casi isolati. “Si privilegia output economico su natura e società, gonfiando estrazioni, sottoutilizzi e montagne di scarti”., ha detto Conde.

PIL Incompleto: Esigenze di Nuovi Strumenti

Il PIL cataloga solo output monetari finali, tralasciando impatti come scarti, logorio beni e prosciugamento risorse vitali per crescita. Pur essendo un bechmark dominante, manca una reale alternativa che includa nel conto le tante esternalità insite nell’architettura economica di un paese: dalla generazione di rifiuti all’ammortamento dei beni, fino all’esaurimento delle risorse necessarie a sostenere la produttività.

Ciò crea una lacuna cognitiva su cosa effettivamente produca valore o performi economicamente.

A differenza delle altre edizioni, focalizzate prevalentemente sul tasso di circolarità − sceso al nuovo minimo del 6,9% − quest’anno Circle Economy e Deloitte Netherlands hanno applicato su scala globale una metodologia alternativa al PIL: il Value Gap, un indicatore economico che quantifica la differenza tra il valore potenzialmente recuperabile attraverso un uso circolare dei materiali e quello che viene effettivamente dissipato per sprechi, degrado delle risorse, inquinamento e sottoutilizzo dei beni.

In altre parole, è un indicatore che mette in luce dove l’economia “butta via” valore invece di conservarlo nel tempo.

Tuttavia, il value gap è concepito come un indice destinato a evolvere con nuovi dati, metodi e definizioni di valore. Nelle prossime versioni del report, sostiene Circle Economy, il Value Gap potrà integrare meglio il degrado del capitale naturale (suolo, acqua, biodiversità) e del capitale fisico (infrastrutture, macchinari), e superare alcuni limiti metodologici descritti dagli stessi autori.

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