News

Dagli imballaggi ai rifiuti organici le prospettive europee non valorizzano lo scenario nazionale

di Paola Ficco

Data 04/04/2023
Tipo Editoriale

L’industria italiana del riciclo, è noto, rappresenta ormai un rilevante comparto strategico del sistema produttivo nazionale. I dati di “circulareconomynetwork.it” parlano chiaro: 4.800 imprese e 236 mila occupati. Il tutto, per un valore di 10,5 miliardi che, tra il 2010 e il 2020 è aumentato del 31%. Si legge ancora che nel 2020 l’Italia ha riciclato il 72% di tutti i rifiuti, urbani e speciali-industriali. Un assoluto primato europeo, “dove la media si attesta al 53% e la Germania arriva al 55%”. Allora, bravi, bravissimi. Ma la disciplina sulle plastiche monouso impone la rivisitazione degli obiettivi di riciclo e la proposta di regolamento sugli imballaggi, a sua volta, ordina di modificare e aggiornare il sistema nazionale di raccolta e riciclo dei rifiuti di imballaggio. Come? I Paesi Ue dovrebbero creare un sistema di deposito su cauzione per bottiglie in plastica e lattine, a meno che non dimostrino di aver raggiunto un tasso di raccolta del 90% nel biennio 2026-2027.

Dove andrebbe a finire grande parte della nostra industria del riciclo rappresenta un serio interrogativo. Passando alla filiera della bioeconomia circolare (che mette insieme materie prime agricole, scarti organici, chimica verde, materiali bio-based), su “Il Sole 24 Ore” dello scorso 22 febbraio, Catia Bastioli, Ad di Novamont, dichiarava che “il settore delle bioplastiche conta 275 imprese con più di 1 miliardo di fatturato e crescite e a doppia cifra”. Il controllo del prodotto e del riciclo è monitorato dal consorzio Biorepack. In Italia il riciclo della frazione organica dei rifiuti è curato da oltre 300 impianti che ne lavorano 7,6 milioni di tonnellate (erano 2 milioni nel 2010).

L’Italia tratta il 47% del rifiuto alimentare, contro il 26% della Germania e il 14% della media europea. Allora, ancora una volta, bravi, bravissimi. Ma la filiera rischia di venire schiacciata dallo sviluppo cinese e dalla spinta americana. In breve: la Cina spinge la sua produzione di plastiche compostabili ma non riesce a consumare tutto; così esporta in Italia prodotti falsamente biodegradabili o da fonti non rinnovabili. Gli Stati uniti, dal canto loro, con l’Inflation Reduction Act supportano i prodotti made in Usa.

E l’Europa che fa? Impone agli impianti di pagare la Co2 emessa perché non riconosce valore di decarbonizzazione ai prodotti bio-based però non chiede conto alla Cina della Co2 esportata. Il probabile scenario: si rischia di importare Co2 dalla Cina fermando lo sviluppo europeo di questi prodotti. Insomma, essere bravi non basta. I conti non tornano mai, minacciati come sono dal fuoco amico di un’Europa che qualche volta pare distrarsi. A proposito di Co2 e della sua devastante portata ai problemi del clima, la spinta ecologista ha consentito all’Europa di diventare leader globale nella lotta al cambiamento climatico ma in Germania (e non solo) il carbone torna a essere la prima fonte di energia.

Il Green deal europeo impone la neutralità climatica entro il 2050 (passando, entro il 2030, per il 55% rispetto ai livelli del 1990) ma l’Europa produce solo l’8% delle emissioni globali. Alla domanda se questo enorme sacrificio europeo davvero servirà in un contesto globale, la risposta è sempre taciuta. Un effetto curioso e mimetico, che arriva con uno stile orale amplificato ma sordo; che parla con ironia svagata, e quasi per noia, ma che rivela la sua ferocia. Strumenti per un’accelerazione della storia, cioè, per una rivoluzione che, come tale, è folgorante e dolorosa, densa di immagini e di un linguaggio al quale, progressivamente, si viene educati. Capirne la necessità, però, non significa saperla fare nel tempo incerto della contingenza, con le aeree mosse del relativismo e del prospettivismo.

Ti potrebbero interessare
"Il silenzio" di Don De Lillo e la paura dello schermo nero. Il blackout tecnologico tra le fobie contemporanee

"Il silenzio" di Don De Lillo e la paura dello schermo nero. Il blackout tecnologico tra le fobie contemporanee

Leggi adesso arrow_right
Dagli imballaggi ai rifiuti organici le prospettive europee non valorizzano lo scenario nazionale

Dagli imballaggi ai rifiuti organici le prospettive europee non valorizzano lo scenario nazionale

Leggi adesso arrow_right
"Greenwashing", il brutto nome di una brutta condotta che rischia gonfiare i parametri di sostenibilità della dichiarazioni non finanziarie

Greenwashing, il brutto nome di una brutta condotta che rischia gonfiare i parametri di sostenibilità della dichiarazioni non finanziarie

Leggi adesso arrow_right