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“Il silenzio” di Don De Lillo e la paura dello schermo nero. Il blackout tecnologico tra le fobie contemporanee

di Paola Ficco

Data 08/05/2023
Tipo Editoriale

Si chiama “Sòno” ed è l’associazione non profit (fondata dal sociologo Enrico Finzi) che ha realizzato una indagine sulla felicità degli italiani per i quali le emergenze sanitarie, belliche, economiche e sociali hanno fatto divampare, rendendolo dominante, il dramma della solitudine. Una lunga serie di informazioni che “Sòno” ha elaborato per creare il primo Osservatorio sulla felicità degli italiani che, ricondotto, a estrema sintesi, ci dice che il vero motore della felicità sono le relazioni sociali e affettive. Non è una novità, già Aristotele avvertiva che l’uomo è un essere sociale. Quello che sorprende, però, è che per la prima volta viene restituita una vera e propria mappa che pone a nudo i fattori socio-demografici e socio-economici alla base del grado di soddisfazione o d’infelicità, amplificate dal trauma pandemico. L’indagine (condotta da AstraRicerche) si è svolta con 1.415 interviste online a un campione rappresentativo della popolazione tra i 18 e i 75 anni, chiedendo di indicare con un voto da 1 a 10 la propria felicità.

Gli esiti non incoraggiano: il 14% è “disperato”; il 26% è “poco felice”; gli altri si considerano “assai” e “abbastanza” felici. I non felici sono allora 4 su 10 e sono tanti, troppi. Soprattutto perché il dato riguarda il 40% dei 18-25enni che temono una vita precaria e non riescono a programmarne una indipendente. Complice l’invasività della digitalizzazione, giovani e meno giovani si trovano in una dimensione disumanizzata. Se davvero non si resiste alla tentazione dei “devices” occorre allora leggere “Il Silenzio”, il breve romanzo che Don De Lillo, il maestro del postmoderno “made in Usa”, ha terminato prima del lockdown e che esplora una sorta di pandemia digitale, dove tutti i dispositivi digitali si spengono: “E poi a un certo punto lo schermo diventò nero”. Il blackout tecnologico dovuto alla scomparsa dell’elettricità, nel silenzio totale e improvviso.

Una scrittura snervante per uno scenario agghiacciante di cui tutti abbiamo paura, perché tossicamente e (in)consapevolmente dipendenti e per questo vulnerabili, nell’interezza del nostro essere. La narrazione pone domande scomode direttamente a chi legge e le risposte sono davvero difficili perché il blackout tecnologico è spaventoso.

Che fare senza la rete che decide cosa desiderare, fare, mangiare, sognare, pensare? Un rapporto quasi religioso, di cui De Lillo narra la centralità, focalizzandosi sulla sua discrezione che, più che mai invasiva, governa le nostre vite. Vite scandite dalla liturgia di azioni, tanto costanti quanto compulsive. Il profeta visionario suggerisce di prendere la giusta distanza, considerando gli apparati tecnologici semplici “utensili” e non più regolatori del quotidiano attraverso una “cyber-realtà” che cambia ma di cui non ci si accorge esattamente. Ed è qui il disorientamento che vanifica la percezione esatta di ogni realtà. Il mondo visto con le pupille dilatate dai pixel non è più visibile.

Un’agitazione incessante dominata da una potente dispersione nella molteplicità di una dinamica collettiva e fortemente disumana. Il legame morboso che ci lega alla rete ha impoverito l’interazione reale con l’altro, facendoci dimenticare la ricerca di quelle tante serendipity di cui siamo circondati, con il respiro, il ritmo e l’intensità del dialogo condiviso.

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