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Green Jobs: quali sono i gap da colmare

Data 03/07/2023
Tipo News

L’impatto della transizione ecologica sul mercato del lavoro è uno dei temi di dibattito più rilevanti a livello europeo. Esistono due posizioni divergenti che si muovono a velocità differenti: da un lato, coloro che criticano un cambiamento troppo radicale, temendo conseguenze negative sull’occupazione e sul tessuto sociale; dall’altro, coloro che vedono nella rivoluzione verde una grande opportunità che porterà benefici economici e ambientali.

L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha analizzato la situazione dei cosiddetti “green jobs” in 30 Paesi membri al fine di fornire uno sguardo d’insieme sulla questione. Lo studio, che esplora i rischi e le opportunità legati alla transizione verde, mette in evidenza notevoli differenze regionali e avverte che, in assenza di interventi politici adeguati, la transizione ecologica potrebbe accentuare le disuguaglianze geografiche e sociali.

I dati sui green jobs

Sebbene negli ultimi dieci anni la sensibilità sui temi ambientali degli europei sia cresciuta significativamente, il report registra un modesto aumento del 2% dei green jobs nel mercato del lavoro. Infatti, la percentuale di occupazioni legate al settore verde è passata dal 16% al 18% tra il 2011 e il 2021, con notevoli differenze geografiche. In Europa, le regioni con la quota più bassa di lavori verdi si trovano in Grecia, Italia e Spagna, mentre i Paesi baltici, Francia, Svizzera e Regno Unito sono quelli in cui si è verificato un maggiore sviluppo.

Lo studio evidenzia che sono i grandi centri urbani a guidare la transizione verde, il che spiega l’aumento degli impieghi nelle vicinanze delle capitali. Nelle aree periferiche, invece, si registra un equilibrio maggiore. E’ proprio qui che si apre una potenziale opportunità per una transizione occupazionale. Complessivamente, la percentuale di lavori legati al settore verde è estremamente variabile, oscillando dal 7% a oltre il 35% a seconda dell’area geografica presa in considerazione.

Se la quota di lavori green non è cresciuta come ci si aspettava, la domanda, specialmente dall’inizio della pandemia, è esplosa superando di ben 30 punti percentuali le altre professioni. Ciò ha comportato un aumento delle opportunità lavorative legate alla transizione ecologica.

La transizione privilegia i profili qualificati

Occupando solo il 28% dei green jobs, dal rapporto emerge che le donne sono sottorappresentate. Tuttavia saranno gli uomini a soffrire di più dalla transizione, dal momento che saranno i settori più inquinanti a essere maggiormente colpiti dalla riduzione degli impieghi.

L’OCSE raccomanda un’azione politica per evitare effetti negativi sulla distribuzione di questi posti di lavoro. In media, i lavori verdi offrono salari fino al 20% superiori rispetto ad altre professioni, ma tali retribuzioni sono destinati però solo ad una certa fascia di popolazione.


Finora, sono stati soprattutto i lavoratori altamente qualificati e istruiti a cogliere le opportunità di lavoro più gratificanti. Al contrario, le persone con un basso livello di istruzione e occupazioni mediamente qualificate hanno meno possibilità di ricollocarsi e potrebbero essere più a rischio di disoccupazione. Nonostante ciò, la domanda di manodopera a bassa qualifica nei settori della gestione dei rifiuti o dell’edilizia potrebbe crescere in modo significativo.

La mancanza di talenti green e di una definizione universale

Il reportevidenzia come la crescente domanda di competenze green debba esser soddisfatta da un mirato sostegno di riqualificazione professionale. Nel secondo trimestre del 2022, infatti, quasi il 30% delle imprese europee – sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi – ha registrato un diminuzione di produttività a causa della mancanza di personale qualificato.
“Molti Paesi sperimentano già lacune e disallineamentidi competenzecome ostacoli alla crescita economica e agli aumenti di produttività – si legge nello studio OCSE – Ci sarebbe bisogno di supporto finanziario per la promozione e lo sviluppo di competenze”. Pochissimo finora è stato fatto: in media meno dell’1% di tutti i finanziamenti di ripresa post pandemica è stato dedicato alla formazione professionale tra i Paesi OCSE.

Per mitigare la carenza di manodopera e il mismatch di competenze, la politica dovrebbe innanzitutto chiarire universalmente in cosa consiste un green job, sia in termini di abilità che di mansioni. E su questo aspetto si nota una certa confusione. Per esempio l’Onu li definisce come posti di lavoro in settori che contribuiscono in modo sostanziale a preservare o ripristinare la qualità ambientale e ridurre al minimo la produzione di rifiuti e l’inquinamento.

Per il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop), invece, le competenze green si identificano nelle conoscenze, capacità, valori e atteggiamenti che contribuiscono a sviluppare una società sostenibile. Questa poca chiarezza inficia anche la qualità delle statistiche che potrebbero aiutare i decisori politici ad intervenire in modo più mirato ed efficace.
Fornire una stima precisa del numero di persone che lavorano in questo settore risulta quindi complesso. Considerando il settore dei beni e dei servizi ambientali (EGSS), l’Eurostat ha stimato nel 2021 che attualmente ci siano circa 4,4 milioni di green jobs. Tuttavia si tratta di una cifra che potrebbe variare a seconda della definizione adottata.

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