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Il “green” ha un problema “black”, tutti vogliono il carbone e la transizione diventa un percorso a ostacoli

di Paola Ficco, “Avvocato - Giurista ambientale e Direttore della Rivista RIFIUTI

Data 10/01/2022
Tipo Editoriale
rivista rifiuti

Cresce la richiesta di carbone. E così accade che nell’epoca del “green deal”, il principale responsabile del “climate change” sia richiesto da tutti. È messo nero su bianco nel rapporto Coal 2021 pubblicato il 17 dicembre da Iea (Agenzia internazionale per l’energia). Rispetto al 2020, i dati stimano addirittura nel 6% il tasso di crescita della domanda del materiale e nel 9% quello dell’elettricità prodotta da carbone, con ciò sfiorando il record assoluto di 10.350 TWh.

Sembra un’allucinazione, però la ripresa economica in atto nel “post Covid” (anche se nulla è finito) ha bisogno di moltissima energia che non riesce ad essere assicurata dalle fonti a basse emissioni di carbonio (“low‑carbon”).

Il prezzo del gas aumenta e il carbone torna a essere appetibile e competitivo.

Non basta, il rapporto Coal 2021 mette in evidenza che siffatta curva del carbone rischia di vanificare tutti gli obiettivi di neutralità climatica che l’Europa ha disegnato e fissato fino ad ora. Mentre i venditori di energia falliscono, il carbone nega in radice il paradigma della sostenibilità. Insomma il “green” ha un problema “black” e la transizione eco/energetica diventa un percorso a ostacoli.

L’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 ad almeno il 55% rispetto al 1990 deve essere raggiunto in un vicinissimo 2030 (per arrivare alla neutralità climatica del 2050). Non basta ancora, entro 2030 il “green deal” chiede la riduzione del 50% dell’uso di pesticidi; così tra il 5 e il 15% della produzione agricola sarà a rischio con un aumento dei prezzi fino al 10%. Chi lo dice? Il Joint research center (Jrc), cioè il fornitore di consulenze scientifiche indipendenti della Commissione Ue. Però l’ambiente si avvantaggerà di tutto questo e saremo contenti. E invece no. No, perché la riduzione dei nostri gas serra sarà sostituita dall’incremento di quelli prodotti nei paesi terzi che incrementeranno la produzione (con pesticidi) per soddisfare un’Europa affamata di frutta e verdura. Il prezzo occulto della sostenibilità.

Transizione, più ne parliamo e più ci accorgiamo che è qualcosa di cui abbiamo sempre avuto bisogno, per cambiare e andare verso un altro dove. Ma, anche se abbiamo l’ingannevole abitudine di pensare al tempo come infinito, nella transizione, il tempo è arbitro severo del percorso e tutto è rimesso alla scelta del suo fluire che segna il confine tra il sostenibile e l’insostenibile; quindi, tra l’ordine e il disordine, figlio legittimo di un errore nella costruzione o di trascuratezza. All’esito della crisi pandemica niente sarà più come prima, perché vanno riscritti i patti sociali e il non farlo sarà insostenibile e produrrà disordine. Anche questa è transizione. Intanto, il Generale Inverno bussa alla porta della crisi energetica e tutti hanno freddo e le sirene dell’ambientalismo duro e puro devono cambiare registro perché per i ceti medio‑bassi suona l’allarme della scelta tra energia e pane quotidiano, scampolo di vita. I prezzi corrono e la Regina Madre inflazione guadagna, ancora una volta, terreno.

Nel rischio del “blackout” invernale, che ogni giorno si infiltra tra le righe di più di un notiziario, le politiche del “qui e ora e a prescindere” appaiono l’esibizione della fenomenologia della irrealtà, come la decisione degli Stati Uniti di potenziare gli investimenti nei biocarburanti e di raddoppiare in quattro anni gli impieghi di cereali per la produzione di energia pulita. I prezzi si moltiplicheranno e una risorsa alimentare diventerà, per moltissimi, merce rara.

Non ci sono ricette facili perché, in tutte le cose, ad un “avere” corrisponde sempre un “dare”. E nel tentativo di pareggiarli il più facilmente e velocemente possibile, l’errore è dietro l’angolo. Un po’ come la norma contro la plastica monouso per proteggere i mari, dove il vero problema sono le reti, i galleggianti, il nylon da pesca e le microplastiche che, immesse soprattutto dalle lavatrici che lavano i nostri vestiti di plastica e dalla vernice delle navi, sono mangiate dai pesci. Ma occorreva una risposta facile che sedasse l’ansia di tutela ambientale di una società superficiale che vuole avere senza dare, e quindi al doveroso bando dei materiali da pesca ha fatto eco quello di piatti, cannucce, posate e bicchieri monouso.

La vittoria del nuovo tracciato esistenziale della purezza.

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