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Il Recovery Fund è il segno fortissimo per la rinascita di un patto interrotto tra generazioni

Data 10/09/2021
Tipo Editoriale

Mentre ci consoliamo con il mantra che l’;Italia è la seconda manifattura a livello europeo, dimentichiamo che abbiamo teorizzato l’;inutilità della politica industriale senza occuparci della dematerializzazione delle tecnologie (più brevetti e meno macchine). Invece, come la Germania, dovremmo farlo.
E questo in epoca pandemica presenta il conto: 73mila imprese hanno chiuso e di queste 17mila non riapriranno. È questo il dato che si legge nel bollettino Istat per l’;incidenza della pandemia sulle imprese italiane. È un dato che preoccupa mentre tutte le speranze sono riposte nel Next generation Eu (noto come “Recovery Fund”) che è uno degli strumenti della finanza sostenibile della Commissione Ue (accanto al “Green Deal Investment Plan” e al “Just Transition Mechanism”). Una finanza voluta per azzerare le emissioni nette di gas a effetto serra nel 2050 e per una crescita economica che si muove in senso inverso rispetto all’;uso delle risorse (cd. “Green Deal” europeo).
In questo quadro si colloca il Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) teso a sostenere investimenti e riforme per agevolare una ripresa duratura, migliorare la resilienza delle economie europee e ridurre le divergenze economiche fra gli Stati membri. Il plafond Pnrr concesso all’;Italia ammonta a 209 miliardi di euro; di questi 127 sono prestiti mentre le sovvenzioni si fermano a 82 miliardi. Tuttavia, se saranno spesi bene costituiranno quello che il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha indicato come “debito buono”, perché investito per far crescere imprese e programmi innovativi.
E questa è la principale ragione per la quale è stato varato il Dl 77/2021 (cd. “Semplificazioni” — Legge 108/2021) che ha introdotto un sistema di governance funzionale al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr mediante anche la previsione di una serie di misure che accelerano e snelliscono numerose procedure amministrative (tra queste, quella relativa alla Via assume una primaria rilevanza).
Tuttavia, con la crisi pandemica in corso, non basta l’;alleggerimento delle pastoie burocratiche in un’;ottica green a risollevare le sorti, occorre anche ripensare l’;istituto del fallimento e la responsabilità dell’;imprenditore che, pur insolvente, si è ulteriormente indebitato dinanzi a una situazione di forza maggiore indotta dalla pandemia. Questo perché dopo il Dl 23/2020 (cd. “Decreto Liquidità”) lo Stato pone la propria garanzia sui prestiti e non c’;è più la necessità del modello di valutazione; quindi, l’;imprenditore può continuare a indebitarsi.
Però questa costruzione, pur nascendo da buone premesse, rischia di condurre ad approdi nefasti in un Paese che, per le ragioni indicate in premessa, è un candidato di eccellenza alla desertificazione industriale.
Se a questo si aggiunge che la Pubblica amministrazione deve al tessuto produttivo italiano circa 53 miliardi di euro (pari a circa il 2,9% del Pil pre covid-19) non rimane che augurarsi che nel “debito buono” del Presidente Draghi ci sia anche un pizzico di lievito magico.
Resta il fatto che il Recovery Fund è un segno fortissimo che ricostituisce un patto interrotto tra generazioni, che deve tornare a essere prestigioso orgoglio di chi precede rispetto a chi succede. Per il resto, per dirla con le parole di A. Zaccuri nel suo bellissimo “La quercia di Brueghel” “non ci sono segreti da svelare, basta la realtà. Dura come la tavola di quercia, leggera come un’ombra di colore o un grumo di bianco che simula la neve”.

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