Quando milioni di spettatori seguiranno la FIFA World Cup 2026, pochi noteranno un dettaglio apparentemente invisibile: le maglie indossate da alcune delle squadre più iconiche della Coppa del Mondo di calcio, che si terrà tra giugno e luglio in Canada, Messico e Stati Uniti, saranno realizzate da vecchi capi di abbigliamento.
Dallo scarto al campo da gioco
Secondo un’analisi del giornale britannico Financial Times, nazionali di calcio femminili e maschili come Francia, Inghilterra e Brasile scenderanno in campo con kit prodotti interamente da rifiuti tessili, grazie a una nuova tecnologia sviluppata da Nike.
Il materiale innovativo, chiamato Aero-FIT, nasce da un processo di riciclo chimico avanzato che trasforma i vestiti usati nelle loro componenti di base per poi rigenerarli in fibre nuove.
I test hanno dimostrato che questi tessuti possono competere con il poliestere “vergine” in termini di traspirabilità, resistenza e comfort, anche in condizioni estreme di caldo e umidità previste durante il torneo di calcio più ambito al mondo.
Non è la prima volta che l’industria sportiva più ricca e popolare al mondo si avvicina alla circolarità dei tessuti: per diversi anni alcune squadre di club realizzavano magliette da gioco con poliestere da plastica riciclata, soprattutto dal PET delle bottiglie.
Le divise in Aero-Fit di Nike, invece, sono i primi realizzati al 100% con tessuti riciclati. “Per la prima volta i giocatori d’élite gareggeranno con uniformi realizzate interamente con scarti tessili”, ha dichiarato Venkatesh Alagirisamy, vicepresidente esecutivo e direttore operativo di Nike.
Il problema globale dei rifiuti tessili
L’industria della moda è responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di CO₂ e produce enormi quantità di rifiuti. Ogni secondo, nel mondo, viene buttato o incenerito l’equivalente di un camion di vestiti.
Eppure, meno dell’1% dei materiali tessili viene oggi riciclato in nuovi capi di abbigliamento. Il resto finisce in discarica o viene downcycled (trasformato in prodotti di qualità inferiore, come stracci o isolamento).
La moda circolare mira a invertire questa tendenza, mantenendo i materiali in uso il più a lungo possibile e riducendo la dipendenza da risorse vergini.
Una prova mondiale per la moda circolare
La Coppa del Mondo offre però qualcosa che finora è mancato alla moda sostenibile: una vetrina globale. Se questi kit funzioneranno a condizioni climatiche previste come estreme, lo sport più popolare al mondo dimostrerà che il riciclo tessile può essere non solo sostenibile, ma anche performante.
La visibilità della Coppa del Mondo può trasformare la moda circolare da nicchia etica a desiderio mainstream e non sarebbe la prima volta: nel 2010, sempre Nike contribuì a diffondere il poliestere riciclato da bottiglie di plastica, oggi diventato standard nel settore.
Il nodo dei costi e della scala
Ma per innescare una reale transizione, aldilà della Coppa del Mondo, restano da superare diversi ostacoli, prevalentemente economici. I materiali riciclati possono costare da 1,2 a 3 volte più delle fibre tradizionali, rendendo difficile una diffusione su larga scala.
Inoltre, non tutti i capi sono facilmente riciclabili: tessuti misti, loghi e accessori continuano a richiedere materiali convenzionali. Questo limita, almeno nel breve periodo, il grado di “circolarità” reale dei prodotti. Un altro punto interrogativo riguarda la desiderabilità del prodotto tessile circolare: i consumatori vorranno davvero indossare abiti fatti da vecchi vestiti?
Se la risposta arriverà dai tifosi, che associano quelle maglie a prestazioni, idoli e vittorie, allora la percezione potrebbe cambiare radicalmente. La sostenibilità smetterebbe di essere un lusso di nicchia per diventare uno standard atteso.
La FIFA World Cup 2026 di certo non risolverà le sfide della moda circolare. Ma potrebbe fare qualcosa di altrettanto importante: renderla visibile, credibile e “pop”.