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La povertà emotiva, il nodo centrale di cui la transizione ecologica non si occupa

di Paola Ficco, Avvocato - Giurista ambientale e Direttore della Rivista Rifiuti

Data 02/09/2022
Tipo Editoriale
rivista rifiuti

Nell’universo sempre più vasto degli acronimi, se ne affaccia un altro: Drs – Deposit Return System (o Scheme). Si tratta di quello che in Italia è conosciuto come deposito cauzionale. Un “ever green” (è il caso di dirlo) delle politiche ambientali rispolverato puntualmente dove, all’atto dell’acquisto, chi compra una bevanda in bottiglia o lattina paga un deposito che gli sarà restituito quando riconsegnerà la bottiglia o la lattina. I più “âgés” tra di noi lo facevano da piccoli ed era normale, senza alcun retrogusto di protagonismo da “salviamo il mondo”. A un certo punto è scomparso perché tutti si sono sentiti ricchi e in diritto di disfarsi brutalmente di tutto quanto fosse stato usato, anche se per poco.
Il “Dl semplificazioni” 77/2021 (legge 108/2021) con l’articolo 35, comma 1, lettera i-bis) ha rafforzato l’obbligo delle imprese di adottare, in forma individuale o collettiva, sistemi di restituzione con cauzione o per il riutilizzo degli imballaggi in plastica, vetro e metallo utilizzati per acqua e altre bevande. Per evitare distorsioni della concorrenza, la legge ha affidato al Mite i seguenti oneri: stabilire i valori cauzionali per ogni singola tipologia di imballaggio; fissare i termini di pagamento e definire le modalità di restituzione della cauzione. Ma, ad oggi, il decreto non c’è. La complessità tecnica e organizzativa di questa come di altre situazioni che hanno bisogno di soluzioni immediate, testimoniano il consueto disallineamento nazionale fra l’urgenza delle istanze del mondo reale e la lentezza delle risposte della burocrazia.
Quando si realizzerà, il deposito su cauzione sarà la solita versione “dark” di qualcosa che era simpatico e che si faceva con leggerezza e che, invece, si riempirà di regole, moduli, rendicontazioni e controlli. Ma i “come eravamo” ci piacciono tanto, basti pensare alle celebrazioni del 1982, per ricordare il quarantesimo compleanno della vittoria italiana ai mondiali di calcio in Spagna. Non è stato un semplice peana, è stato più il ricordo di un tempo che non sarà mai più cosi. Tuttavia, anche solo aver riscritto quei giorni sulle pagine dei giornali, è diventato un esercizio di stile che ha restituito il gusto di entrare con entusiasmo nel labirinto della memoria collettiva, per una volta, serena. In questa storia del tempo nel tempo si riavvolgono i fili di idee e convinzioni dove una partita di calcio non è solo questo, è soprattutto la risposta a domande che stanno da un’altra parte sulla visione a ritroso del “dove” ciascuno di noi è stato in tutti questi anni.
Sul fronte più strettamente ambientale, in attesa del Rentri, sono stati approvati i decreti che recano la Strategia nazionale sull’economia circolare e il Programma nazionale sulla gestione dei rifiuti.
Mentre il Piano di Transizione Ecologica approvato dal Cite (Comitato interministeriale transizione ecologica) nel luglio 2021, ci racconta di un “Pianeta affollato, malnutrito e che spreca cibo” dove “nel 1950 la popolazione mondiale era stimata in 2,6 miliardi di persone, oggi si prevede che cresca dai 7,7 miliardi attuali fino a 9,7 miliardi nel 2050 e potrebbe addirittura avvicinarsi agli 11 miliardi entro fine secolo”.
Semplicemente spaventoso. Per arginare questo fenomeno, il Cite afferma che “il ruolo delle aree interne e dei piccoli comuni deve essere valorizzato anche al fine di ricercare un diverso
equilibrio nella dimensione dell’urbanizzazione dei grandi centri, anche alla luce della trasformazione dei modelli di lavoro imposta dalla pandemia”. Un evidente esempio di privilegio dell’espressione rispetto alla comunicazione; cioè di quel meccanismo che induce il lettore a chiedere “Me lo spieghi?”. Spiegato significa, fondamentalmente, lasciare le città e andare a vivere in campagna lavorando in “smart working”.
Un modo come un altro per farsi capire poco e male e per legittimare subdolamente un nuovo “standard” lavorativo che si colloca nel fluidissimo sistema della globalizzazione. È qui che si riformulano tutte le categorie soprattutto del centralissimo diritto al lavoro, che non è più scontato e che, anzi, è sempre più minacciato, svilito, provvisorio e sostituito da altri e nuovi sedicenti diritti che sul lavoro sembrano gettare una luce sinistra. Il tutto “arricchito” dall’aggressività di chi esce dalla connessione on line e crede di essere sempre in un videogioco. La povertà emotiva, il nodo centrale di cui la transizione ecologica non si occupa.

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