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Plastica bio, la guerra tra Rome e Bruxelles passa attraverso la mistica dell’ecologismo militante

di Paola Ficco, Avvocato - Giurista ambientale e Direttore della Rivista Rifiuti

Data 07/02/2022
Tipo Editoriale

Rischia una seria battuta d’arresto il Dlgs 196/2021 sulle plastiche monouso (cd. Sup-single use plastics di cui alla direttiva 2019/904) perché è entrato nel mirino della Commissione Ue ancor prima che divenisse legge dello Stato italiano; Bruxelles lo ha infatti ritenuto non del tutto conforme alla direttiva 2019/904 che, invece, quel decreto si è prefisso di attuare. Ma il convincimento della Commissione era stato portato a conoscenza dell’Italia tra la data di pubblicazione in Gazzetta ufficiale del provvedimento (30 novembre) e la data di sua entrata in vigore (14 gennaio 2022).

Infatti, il parere circostanziato arrivato da Bruxelles a firma (Thierry Breton) reca la data del 16 dicembre 2021.

Il calendario della “querelle” mostra come l’Italia – di fatto – sia andata un po’ per la sua strada, a prescindere da Bruxelles nonostante il parere europeo ricordi che “un parere circostanziato obbliga lo Stato membro che ha elaborato il progetto di regola tecnica … a rinviarne di sei mesi l’adozione a decorrere dalla data della notifica. Detto termine scade pertanto il 23 marzo 2022” L’Italia dovrà dunque “riferire alla Commissione circa il seguito che intende dare a tale parere”.

L’altolà della Commissione è polifonico; tuttavia alcuni punti godono del protagonismo assoluto del solista. È il caso delle bioplastiche, la cui produzione è un primato tutto italiano. Al riguardo, “La direttiva Sup non prevede alcuna eccezione per la plastica biodegradabile – scrive in maniera esplicita il commissario Breton –. Al contrario, ….prevede esplicitamente che la definizione di ‘plastica’ contenuta nella direttiva Sup dovrebbe comprendere la plastica a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo. Pertanto, tale plastica biodegradabile è considerata come qualsiasi altra plastica”.

Sulla plastica biodegradabile e compostabile, dunque, la Commissione non ha ravvisato “alcuna base giuridica per l’Italia per introdurre deroghe speciali” così contesta anche il credito d’imposta per le imprese che promuovono l’acquisto di materiali e prodotti alternativi ma la plastica monouso biodegradabile non è considerata un’alternativa alla normale plastica monouso. Si aggiunge, rispetto alla definizione di plastica monouso, l’esclusione dei “rivestimenti in plastica aventi un peso inferiore al 10 per cento rispetto al peso totale del prodotto, che non costituiscono componente strutturale principale dei prodotti finiti”. Il che, secondo Bruxelles potrebbe incidere sul mercato interno poiché “esclude dal campo di applicazione delle norme sui prodotti di plastica monouso determinati prodotti che sarebbero inclusi in tale ambito senza tale soglia quantitativa”. Che succederà? Quanto sta accadendo è il risultato di un esagerato “tepore” dei nostri negoziatori in sede di formazione della direttiva e ora le strade sono solo due: o l’Italia modifica il Dlgs 196/2021 sui Sup o si apre la procedura d’infrazione, il cui esito appare scontato perché il dettato della direttiva è fin troppo chiaro.

La direttiva sui Sup è uno dei molti esempi di esercizio muscolare dell’ecologismo a tutti i costi, dove nulla è importante se non difendere principi (non sempre dimostrati) e che, in un mondo fatto di plastica, non risolve l’enorme problema delle tante plastiche diverse da bottiglie, cannucce e cotton fioc. Le bioplastiche sono uno straordinario esempio di un’Italia capace di futuro sostenibile ma hanno un nome che (pur composito) evoca il peggio; il mantra è semplice: la plastica, anche se bio, deve sparire. L’ecologismo militante è ormai la nuova religione che, come tutte le religioni, è integralista perché si fonda sull’assoluta validità del proprio credo e mira ad essere egemonico. Fa domande semplici e chiede risposte semplici dove tutto si risolve nella mistica forza del “no”. Forse basterebbe solo cambiare nome alle biopastiche o forse basterebbe meno retorica da fine del mondo, urlata nei megafoni riduzionisti che, senza cronoprogrammi ragionevoli e periodi transitori assistiti da politiche produttive ed economiche, impoveriscono le economie avanzate e impediscono il risollevarsi di quelle che avanzate non sono. Perché, come diceva Rita Levi Montalcini “non tutto ciò che è possibile, è anche lecito”.

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