Circular guide

Carbon Footprint

Unità didattica 3.1

CHE COS’È LA CARBON FOOTPRINT 

Il concetto di impronta ecologica affonda le proprie radici nella prima metà degli anni ’90. Proposta da Mathis Wackernagel e da William Rees, rispettivamente dottorando e professore della British Columbia University, tale strumento rappresenta uno dei più classici indicatori impiegabili per la descrizione degli impatti ambientali associati all’attività umana. Nello specifico, basandosi sul concetto di capacità di carico, tale indicatore è finalizzato alla descrizione e quantificazione dell’utilizzo (o sovra utilizzo) delle risorse messe a disposizione dal nostro pianeta. Nel corso degli anni si sono sviluppate altre “impronte” impiegabili come indicatori della pressione esercitata dall’uomo sull’ambiente. Tra queste ritroviamo la Carbon Footprint che, pur rappresentando una delle componenti calcolate all’interno della stessa impronta ecologica, si è dotata nel corso degli anni di una propria indipendenza.  
 
La Carbon Footprint può essere definita come il quantitativo di CO2 equivalente derivante dalle emissioni complessive di gas ad effetto serra associate direttamente o indirettamente ad un prodotto, un servizio o un’organizzazione. Dato che il cambiamento climatico rappresenta attualmente una delle principali sfide del nostro secolo, così come testimoniato anche dall’ambizioso obiettivo, previsto dall’Accordo di Parigi, di contenere l’incremento delle temperature per la fine del secolo ben al di sotto dei 2°C, si comprende l’importanza di un indicatore dell’impatto delle attività umane sul clima, quale appunto la carbon footprint. Questo, grazie all’elevata versatilità presenta diversi campi d’applicazione, garantendo un’immediata valutazione della sostenibilità ambientale di prodotti, servizi e organizzazioni. 

COME SI MISURA LA CARBON FOOTPRINT? GLI STANDARD DI RIFERIMENTO 

La misurazione dell’impronta di carbonio si basa su standard riconosciuti a livello internazionale specifici in base all’oggetto dell’analisi. Nel caso di prodotti o servizi, lo standard di riferimento è rappresentato dalla recente norma UNI EN ISO 14067Greenhouse gases – Carbon footprint of products – Requirements and guidelines for quantification and Communication”, la quale si rifà alle precedenti norme UNI EN ISO 14040 (“Gestione ambientale – Valutazione del ciclo di vita – Principi e quadro di riferimento”) e UNI EN ISO 14044 (“Gestione ambientale – Valutazione del ciclo di vita – Requisiti e linee guida”). Questa, basandosi sull’approccio Life Cycle Assessment, permette di calcolare le emissioni clima alteranti generate durante tutte le fasi di vita del prodotto analizzato (estrazione, trasformazione delle materie prime, produzione, distribuzione, uso e fine vita). Per quanto riguarda invece le organizzazioni, le norme di riferimento sono rappresentate dal Greenhouse Gas Protocol (GHG Protocol for Project Accounting) e dallo standard UNI EN ISO 14064. Nello specifico quest’ultima si compone di tre documenti, di seguito riportati, utilizzabili singolarmente o in maniera integrata: 

  • ISO 14064-1 “Greenhouse gases – Part 1: Specification for the quantification, monitoring and reporting of project emissions and removals”, focalizzata sui requisiti di progettazione e sviluppo degli inventari emissivi delle organizzazioni; 
  • ISO 14064-2 “Greenhouse gases – Part 2: Specification for the quantification, monitoring and reporting of project emissions and removals”, la quale stabilisce i requisiti per la quantificazione, rendicontazione e monitoraggio delle riduzioni e rimozioni dei gas serra dal comparto atmosferico 
  • ISO 14064-3 “Greenhouse gases – Part 3: Specification and guidance for validation and verification”, che infine precisa i requisiti e linee guida per la convalida e verifica, operate da parte degli enti di certificazione, delle informazioni contenute negli inventari. 

Oggetto di tali norme è la realizzazione di inventari emissivi che permettano la quantificazione e successiva valutazione dell’impronta di carbonio aziendale. Le emissioni contenute in tali documenti, in base a quanto previsto dalle norme, vengono categorizzate in tre voci principali: Scope 1 nel quale sono conteggiate le emissioni dirette dell’organizzazione; Scope 2 ovvero le emissioni indirette derivanti dal consumo energetico; Scope 3 nel quale infine ricadono le ulteriori emissioni indirette non ricadenti nel precedente Scope. Sia per la Carbon Footprint di prodotto o servizio sia per gli inventari emissivi delle organizzazioni, vengono considerati, ai fini dell’analisi, i gas ad effetto serra contenuti nel protocollo di Kyoto quali anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoruro di zolfo (SF6). Questi in virtù del differente contributo al riscaldamento globale, espresso mediante il Global Warming Potential (GWP), verranno rendicontati in termini di CO2 equivalente. 

GLI OBIETTIVI E I VANTAGGI DELLA RENDICONTAZIONE 

La comunità internazionale, il mondo delle imprese e la società civile, stanno progressivamente prendendo sempre più consapevolezza della necessità di un cambiamento dei modelli di produzione e consumo. Le aziende giocano un ruolo di primaria importanza nella lotta al cambiamento climatico, in quanto da un lato, la sempre più stringente normativa in merito, richiama il settore industriale a crescenti sforzi per implementare le azioni di mitigazione, dall’altro sono sempre più evidenti i rischi derivanti dall’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico, a cui le stesse aziende sono sottoposte. 
 
Secondo l’EU 2019 Guidelines on reporting climate-related information, il Climate Change determina in primo luogo rischi di natura fisica, derivanti dai possibili danni materiali causati da fenomeni meteorologici estremi (con conseguenze quali danni alle infrastrutture, ai lavoratori, ai macchinari, ai prodotti finiti, alla catena di distribuzione e alla catena di approvvigionamento),  in secondo luogo vi sono quelli di natura finanziaria (legati alla gestione dei primi) ed infine quelli di transizione, all’interno dei quali rientrano i rischi di compliance (dovuti per esempio all’evoluzione normativa) i rischi di mercato (derivanti dallo spostamento delle richieste dei consumatori verso prodotti sempre più sostenibili) e i rischi tecnologici derivanti dalla necessità di adottare, a seguito dello sviluppo normativo, le più avanzate tecnologie di contenimento delle emissioni. 
 
In quest’ottica, l’adozione di strumenti quale il calcolo della Carbon Footprint sia a livello di prodotto o servizio, sia a livello di organizzazione mediante gli inventari emissivi, rappresenta un valido strumento per poter descrivere e comprendere dove si concentrino gli impatti ambientali e i rischi connessi al cambiamento climatico. Calcolare la Carbon Footprint si configura quindi come uno strumento di contabilità ambientale, mediante la quale le aziende possono conoscere le proprie performance ambientali, migliorare la comunicazione nei confronti dei propri stakeholders e rafforzare la propria “green reputation”. Ancora la Carbon Footprint diventa uno strumento di gestione aziendale, in grado di far comprendere le inefficienze e le debolezze ambientali dei cicli produttivi aziendali, a cui far seguire l’implementazione di un piano di carbon management volto al contenimento delle emissioni di gas serra, nonché al raggiungimento della Carbon Neutrality.  

LA STRATEGIA DI CARBON NEUTRALITY 

Lo sviluppo di una strategia di Carbon Neutrality può quindi rappresentare uno dei naturali sviluppi, a seguito del calcolo della Carbon Footprint. Con questo termine ci riferisce nello specifico ad un prodotto, un servizio o un’organizzazione il cui contributo netto alle emissioni clima alteranti in atmosfera sia pari a zero. Il percorso da intraprendere da parte delle organizzazioni, per raggiungere tale obiettivo, è oggetto di una specifica procedura descritta dallo standard BSI PAS 2060:2010. Secondo quanto previsto da quest’ultimo la procedura può essere riassunta in 4 fasi principali: 

Il primo step prevede il calcolo appunto della carbon footprint di prodotto o di organizzazione, utilizzando le metodologie standardizzate e riconosciute a livello internazionale, precedentemente citate

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Il passaggio successivo è quello di rivedere il modello di business analizzato nello STEP 1, Segue lo sviluppo di un piano di gestione (carbon management) e stesura della dichiarazione di impegno alla carbon neutrality (contenuta nel piano stesso). In questo verranno incluse le tempistiche per il raggiungimento dell’obbiettivo, le misure in materia di mitigazione, le emissioni residue che si prevede di compensare, le modalità per la compensazione oltre che le tipologie di crediti che si intende utilizzare per tale scopo

Una volta realizzate le misure di riduzione previste dal piano di gestione, verrà ricalcolata la carbon footprint con l’obiettivo di indentificare le emissioni residue che saranno oggetto del successivo programma di compensazione. Queste potranno essere compensate mediante il conseguimento di crediti di emissione e loro annullamento (termine tecnico indicante la rendicontazione dei crediti in appositi registri indipendenti e pubblicamente disponibili), procedura quest’ultima necessaria per evitare problemi di doppio conteggio o doppia vendita

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Una volta raggiunti gli obiettivi di riduzione e compensazione delle emissioni prodotte, il soggetto potrà emettere la dichiarazione di raggiungimento della neutralità climatica, spendibile con i propri stakeholders.

I CREDITI DI CARBONIO 

Il raggiungimento della carbon neutrality, come intuibile dal percorso descritto nelle sue fasi essenziali in precedenza, prevede in aggiunta alla semplice mitigazione, l’implementazione di misure compensative (carbon offset) per le emissioni residue. A seguito di tali iniziative viene previsto il rilascio di crediti di carbonio indicanti la rimozione di una tonnellata di CO2 equivalente dall’atmosfera.  Questi potendo essere scambiati in appositi mercati, si qualificano come veri e propri strumenti finanziari impiegabili nell’azione di contrasto al cambiamento climatico. La loro introduzione risale al Protocollo di Kyoto, nel quale erano previsti due principali meccanismi progettuali per il contenimento delle emissioni clima alteranti: il primo è rappresentato dal Clean Developement Mechanism (CDM) nel quale rientrano i progetti di compensazione da attivarsi in paesi in via di sviluppo (secondo quanto previsto dall’articolo 12 del Protocollo) e alla cui realizzazione segue il rilascio di Certified Emission Reduction (CER). Il secondo definito Joint Implementation (JI) raggruppa i progetti compensativi sviluppati in paesi industrializzati (Annex I del Protocollo di Kyoto) e la cui attuazione prevede il rilascio di crediti denominati Emission Reduction Unit(ERU). 

Nel corso degli anni si sono affiancati i crediti derivanti da progetti non rientranti nei meccanismi progettuali sopracitati, a disposizione di soggetti pubblici e privati che vogliano valorizzare i propri sforzi e impegni in merito alla riduzione delle emissioni clima alteranti. Tali crediti definiti Verified Emission Reduction (VERs), sono utilizzabili all’interno dei cosiddetti mercati volontari. Ad oggi i soggetti interessati possono ricorrere a differenti standard che, pur presentando specifiche differenze, conservano una serie di requisiti comuni quali i criteri di eleggibilità (ovvero le categorie e le dimensioni progettuali previste dallo specifico standard), il principio di addizionalità, le metodologie di monitoraggio e validazione del progetto nonché la certificazione dei crediti generati. Tra gli standard ad oggi maggiormente utilizzati è possibile citare il Gold Standard e il Voluntary Carbon Standard (VCS) sviluppato dallo IETA (International Emission Trading Association). 

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