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Deep Sea Mining, la ricchezza mineraria degli abissi

di Circularity

Data 01/08/2023
Tipo News

Il deep sea mining (o estrazione mineraria in acque profonde) è il processo di estrazione dei metalli critici dal fondale marino profondo. Nonostante sia stata esplorata solo una piccolissima parte degli abissi, sappiamo che, quello che viene definito scientificamente “mare profondo” (il punto dove la luce non riesce più a filtrare, circa dai 200 metri in giù) – è ricco di rame, cobalto, nichel, zinco, argento, oro, litio e terre rare. Le materie prime critiche essenziali per il processo di elettrificazione e decarbonizzazione che il mondo sta lentamente portando avanti.

La domanda di questi metalli per produrre tecnologie come smartphone, turbine eoliche, pannelli solari e batterie è in continuo aumento, così come cresce l’interesse da parte di Paesi e compagnie minerarie per lo sfruttamento delle enormi risorse che i fondali marini possono offrire.

Nonostante l’adozione da parte delle Nazioni Unite del Trattato dell’Alto Mare – un trattato legalmente vincolante per la creazione e la gestione di Aree Marine Protette – lo scorso 20 giugno la Norvegia ha annunciato l’apertura delle proprie acque territoriali al deep sea mining. Nel maggio 2022 la International Seabed Authority  (ISA), agenzia che regola le attività nei fondali marini al di fuori della giurisdizione nazionale, aveva già emesso 31 contratti per l’esplorazione di depositi minerari di acque profonde. Più di 1,5 milioni di km2 di fondali marini internazionali, più o meno le dimensioni della Mongolia, sono stati riservati all’esplorazione mineraria.

Se da un lato questi metalli sono essenziali per la transizione energetica, dall’altro la scoperta e il conseguente sfruttamento minerario di fondali marini inesplorati potrebbe, secondo gli scienziati, danneggiare gravemente la biodiversità e gli ecosistemi marini che sono cruciali per l’equilibrio del pianeta.

I metalli critici del profondo blu

I geologi ci dicono che i fondali presentano una grande varietà di formazioni geologiche: da immense pianure abissali profonde fra i 3500 e i 6500 metri, fino a vulcani sottomarini, bocche idrotermali e profondissime depressioni come la Fossa delle Marianne.

Secondo uno studio apparso su Nature, i metalli si trovano in formazioni geologiche sottomarine chiamate noduli polimetallici. Solo per i fondali della Pacific Prime Crust Zone, si parla di quantità di cobalto che potrebbero quintuplicare la totalità delle riserve terrestri. Una delle zone più ricche è senza dubbio la Clarion-Clipperton Zone, una faglia che arriva a profondità di 5500 metri e si estende per 4,5 milioni di chilometri quadrati nell’Oceano Pacifico, tra il Messico e le Hawaii. In questo unico spot, i noduli polimetallici contengono fino a 5 volte la quantità di cobalto terrestre, da 1,8 a 3 volte quella di nichel, 1,2 volte quella di manganese, l’equivalente del 20-30% del rame e del litio terrestri e l’88% dell’argento.
Secondo un white paper commissionato nel 2020 dalla società di deep sea mining The Metals Company (ex DeepGreen), le pepite nere della Clarion-Clipperton Zone potrebbero fornire tutto il nichel, il cobalto, il rame e il manganese necessari per un miliardo di auto elettriche, generando solo il 30% delle emissioni dell’industria mineraria terrestre.

Gli impatti ambientali del deep sea mining

Dal momento che i fondali marini rimangono territorio ancora inesplorato, resta difficile valutare con precisione quali possano essere gli impatti del deep sea mining e mettere in atto adeguate misure per proteggere le acque profonde.

“I fondali oceanici sono uno dei pochi ecosistemi (relativamente) incontaminati che rimangono sul pianeta, con un mondo di biodiversità ancora in buona parte sconosciuto –  spiega alla rivista Materia Rinnovabile Lisa Levin, biologa marina dell’Università di San Diego in California, “Quello che sappiamo, tuttavia, è che le specie abissali in genere crescono e si ristabiliscono molto lentamente. Per questo gli impatti di attività estrattive sulla biodiversità sarebbero enormi, potenzialmente irreversibili”.

Per immaginare gli impatti, occorre innanzitutto conoscere le tecnologie che verrebbero adottate per l’estrazione. Si tratta di macchinari controllati a distanza che scavano i fondali o dragano lo strato superficiale per raccogliere i noduli polimetallici. Le pepite verrebbero poi letteralmente risucchiate da un lungo tubo idraulico collegato a una nave in superficie, dove verrebbero effettuate le prime operazioni di filtraggio per poi ributtare i residui in mare.

Lo scavo e la misurazione del fondale oceanico da parte delle macchine può alterare o distruggere gli habitat di acque profonde. Ciò porta alla perdita di specie, molte delle quali non si trovano da nessun’altra parte, e alla frammentazione o alla perdita della struttura e della funzione dell’ecosistema. È l’impatto più diretto dell’estrazione mineraria in acque profonde e il danno causato è molto probabilmente permanente.

Secondo IUCN (International Union for Conservation of Nature), l’estrazione mineraria solleva sedimenti dal fondo del mare, creando pennacchi di particelle sospese. Ciò è aggravato dalle navi minerarie che scaricano acque reflue in superficie. Gli scienziati temono che queste particelle possano disperdersi per centinaia di chilometri, impiegare molto tempo per reinsediarsi sul fondo del mare e influenzare gli ecosistemi e le specie marine più vulnerabili. Inoltre specie come balene, tonni e squali potrebbero essere influenzate dal rumore, dalle vibrazioni e dall’inquinamento luminoso causato dalle attrezzature minerarie e dalle navi di superficie, nonché da potenziali perdite e fuoriuscite di carburante e prodotti tossici.

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