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EPR tessile: in Europa arriva la responsabilità estesa del produttore

di Simone Fant

Data 01/08/2023
Tipo News

Il momento della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per l’industria tessile è arrivato. C’è chi come la Francia attua il principio da ormai 15 anni, chi come l’Italia e Paesi Bassi sta cercando di costruirlo, e infine quei Paesi che prima o poi dovranno adottarlo, vista la recente proposta della Commissione europea che vuole obbligare tutti gli Stati membri ad introdurne uno. Le aziende produttrici dovranno quindi coprire i costi di gestione dei rifiuti tessili, il che dovrebbe incentivarle a ridurre gli scarti e aumentare la circolarità dei prodotti tessili, progettandoli in modo che siano più durevoli, riparabili e riciclabili. Secondo Bruxelles, inoltre, il principio faciliterà l’attuazione della raccolta differenziata, obbligatoria a partire dal 2025. Tuttavia la strada è irta di ostacoli e trovare un modello efficiente non sarà affatto semplice.

Il modello francese

In Francia la Responsabilità Estesa del Produttore è in vigore dal 2007, con una legge che ha previsto la nomina di un unico consorzio. Sono ormai 16 anni che Eco TLC, trasformatosi nel frattempo in Refashion, gestisce il fine vita dei prodotti tessili di circa 5000 aziende operative in Francia.

Nel 2021 il consorzio ha raccolto 244.500 manufatti usati grazie ai quasi 50mila punti di raccolta pubblici e privati. Dai dati divulgati dal Ministère de la Transition écologique, il 58% di questi tessuti è destinato al riutilizzo, il 33% al riciclo e il 9% al recupero energetico sotto forma di combustibile. Nonostante sia aumentata del 40% dal 2014, il tasso di raccolta francese rimane ancora largamente insufficiente raggiungendo solo il 35% dell’immesso. Il resto finisce tra i rifiuti indifferenziati destinati all’incenerimento o alla discarica.

Se da una parte gli enti pubblici per la cooperazione intercomunale (EPCI) – quindi la pubblica autorità – sono responsabili della raccolta degli abiti usati, è il consorzio Refashion ad occuparsi dello smaltimento e del riciclo.

Secondo il consorzio a mancare è il riciclo industriale dei tessuti . Il settore si scontra con persistenti debolezze e ostacoli: mancanza di tecnologie disponibili, costi elevati e assenza di dati sull’impatto ambientale. Secondo Refashion è prioritario concentrare gli sforzi e le risorse sull’industrializzazione del riciclo dei rifiuti non riutilizzabili, prima di cercare di aumentare a tutti i costi il tasso di raccolta e di finanziare i canali di riutilizzo. Al contrario, il governo sembra voler puntare sul riuso. Un allegato al Decreto legge sull’EPR del novembre dello scorso anno prevede un fondo dedicato allo sviluppo di centri di riparazione dei tessuti per incoraggiare le persone al riutilizzo.

Viste le difficoltà di raccolta e di riciclo, la modifica del decreto alza le ambizioni del modello EPR francese: entro il 2028 si punta a raggiungere il 60% del tasso di raccolta, e l’80% del tasso di riciclo di tutto ciò che non si può riutilizzare (entro il 2027). Target che dovrà toccare il 90% per gli indumenti prodotti con materiali plastici sintetici.

In sostanza il modello francese prevede che i produttori pensino esclusivamente a come riciclare rifiuti, mentre la raccolta è dovere dello Stato. Si tratta di un approccio integrato che, al contrario di quello duale,  non sfrutta appieno le potenziali sinergie tra pubblico e privato e che, fino ad ora, ha deluso le aspettative.

In Italia i produttori al centro del nuovo EPR

Il modello EPR francese differisce da quello “armonizzato” proposto dalla Commissione europea perché si preoccupa di gestire solamente la responsabilità finanziaria degli operatori, non quella organizzativa. La nuova generazione di EPR si baserà su una responsabilità che chiamerà i produttori ad ottimizzare anche i sistemi di raccolta. Quando Bruxelles parla di EPR armonizzato, intende un principio basato su costi che cambiano in funzione del prodotto.  Questo significa che il contributo ambientale versato dall’aziende per un vestito in lana saranno diversi da quelli di un abito in poliestere, poiché differenti sono i costi di trattamento e riciclo.

Dopo aver pubblicato la bozza di Decreto legge a fine febbraio, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha avviato una fase di consultazione che ormai dura da marzo. Per ora tutto tace. I consorzi italiani stanno aspettando una seconda bozza che includerà le varie posizioni di tutti gli attori della filiera, tra cui i Comuni, che fino ad oggi hanno sempre nominato soggetti esterni come cooperative e agenzie incaricate di raccogliere i rifiuti urbani.

Per l’EPR tessile italiano è previsto la creazione di un sistema multiconsortile, (simile a quello sui Raee e penumatici), nel quale per produttore va inteso chi (anche tramite terzi) fabbrica, immette sul mercato o importa uno dei prodotti tessile, in pelle e calzaturieri. Affinché un sistema del genere funzioni è necessaria la guida di un arbitro imparziale. Così è stato istituito il CORIT, centro di Coordinamento per il Riciclo dei Tessili, che dovrà coordinare e garantire il ritiro dei rifiuti per il raggiungimento degli obiettivi; garantire la corretta rendicontazione dei flussi e dovrà stipulare specifici accordi ANCI e associazioni dei soggetti recuperatori. Per potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo, inoltre, ci sono 150 milioni di euro stanziati dal PNRR per la creazione di textile hubs. Gli interessi economici e ambientali sono tanti, la partita in Italia resta apertissima.

Il limbo dei Paesi Bassi

L’altro Paese europeo impegnato a costruire un nuovo sistema di Responsabilità Estesa del Produttore sono i Paesi Bassi. A quanto comunicato dal governo, l’EPR olandese avrebbe dovuto essere operativo già dal primo di luglio, tuttavia non è ancora stato pubblicato un documento officiale.

Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di vedere operativo un sistema ben collaudato. Per ora il Ministero dell’acqua e delle infrastrutture e della gestione dell’acqua ha pubblicato solo un’infografica che fissa obiettivi di raccolta, riciclo e raccomanda alle aziende di iscriversi al Rijkswaterstaat, l’agenzia governativa olandese responsabile della gestione delle infrastrutture. “Entro il 2025 almeno il 50% dei prodotti tessili deve essere riciclato o ‘preparato per il riuso’ – si legge nel documento – percentuale che dovrà salire al 75% entro il 2030”.

L’area Metropolitana di Amsterdam ospita 2,5 milioni di persone, e rappresenta il 25% del PIL olandese. Qui operano un quarto delle aziende tessili olandesi e proprio per questo la città necessita al più presto di un sistema efficiente che aiuti i produttori a passare ad un approccio circolare. Amsterdam può contare su una raccolta rifiuti tessili di alta qualità, il vero punto debole è la mancanza di tracciabilità e di big data che ottimizzerebbero la gestione. Sotto questo punto di vista il passaporto digitale dei prodotti – che si prevede sarà operativo dal 2026 – potrà garantire maggior tracciabilità dei manufatti tessili.

Al momento, la definizione di “rifiuto” ai sensi della Direttiva quadro sui rifiuti è piuttosto generica e questo può ostacolare il riutilizzo dei prodotti tessili. La Ellen MacArthur Foundation in un paper del 2022 ricorda che un prerequisito per stabilire uno schema EPR obbligatorio è quello di essere in grado di distinguere chiaramente ciò che costituisce un rifiuto e ciò che costituisce un prodotto riutilizzabile.

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