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Suolo: una risorsa da proteggere

di Simone Fant

Data 04/01/2023
Tipo News
Suolo

Il 95% del cibo che mangiamo proviene direttamente o indirettamente dal suolo. Da esso dipende la sopravvivenza della specie umana e tutti gli esseri viventi che ci abitano tra cui piante, animali, funghi e microrganismi. Essi svolgono un ruolo fondamentale nel fornire i cosiddetti servizi ecosistemici come acqua, cibo, aria pulita e medicine. Il suolo inoltre costituisce una delle più grandi riserve di carbonio (carbon sink) e quindi, assorbendo C02, viene considerato uno strumento essenziale per mitigare il cambiamento climatico.

Ma quali sono le condizioni del suolo, risorsa da cui esigiamo tanto ma che proteggiamo poco? A livello globale circa un terzo dei nostri suoli è già degradato e il livello di vitamine e sostanze nutritive negli alimenti è diminuito drasticamente negli ultimi 70 anni. Tra i diversi fattori responsabili di questo fenomeno ci sono la perdita di carbonio organico e di biodiversità, lo squilibrio dei nutrienti, l’erosione, l’inquinamento, la salinizzazione e l’abuso di fertilizzanti o pesticidi. Un’altra criticità particolarmente importante è l’insostenibile e crescente consumo di suolo dovuto alla cementificazione di aree urbane e non.

Il consumo di suolo in Italia

A fotografare il consumo di suolo in Italia ci ha pensato il Rapporto SNPA (Sistema Nazionale Protezione dell’Ambiente) che nel 2021 ha registrato 70 km2 di nuove coperture artificiali in un solo anno.

Tra il 2006 e il 2021 il territorio italiano ha perso 1.153 km2 di suolo naturale o seminaturale, con una media di 77 km2 all’anno a causa principalmente dell’espansione urbana e delle sue trasformazioni collaterali che, rendendo il suolo impermeabile, fa aumentare le probabilità di frane, smottamenti e allagamenti provocando un danno economico stimato in quasi 8 miliardi di euro l’anno. La frana ad Ischia del 25 novembre, che ha provocato la morte di 11 persone, è solo una delle tante tragiche dimostrazioni di come le politiche di gestione del suolo siano fondamentali, non solo per questioni climatiche, ma anche per la sicurezza dei cittadini.

Le costruzioni di edifici hanno occupato oltre 1.120 ettari in più in un solo anno distribuendosi tra aree urbane (32%), aree suburbane e produttive (40%) e aree rurali (28%). Zone naturali e terreni agricoli che lasciano dunque spazio a nuove case ed edifici, infrastrutture, insediamenti commerciali e produttivi, legali e illegali, con una copertura arrivata al 7,13%, contro a una media europea che si attesta al 4,2%. Secondo il rapporto SNPA una soluzione esiste: si potrebbe iniziare intervenendo sugli oltre 310 km2 di edifici non utilizzati e abbandonati esistenti in Italia, una superficie pari all’estensione di Milano e Napoli.

Durante il World Soil Day, celebrato il 5 dicembre, Legambiente è tornata a chiedere al Governo di dare priorità alla lotta al consumo di suolo e all’abusivismo edilizio, ricordando che la proposta di legge sullo stop al consumo del suolo, il cui iter legislativo è iniziato nel 2012, è bloccata in Parlamento dal 2016. La misura puntava ad arrivare a quota zero, cioè non cementificare un metro quadro in più entro il 2050.

In Europa : obiettivo zero consumo di suolo

Secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto dell’EEA (l’Agenzia europea per l’Ambiente) il consumo di suolo registrato in Europa tra il 2012 e il 2018 è stato di 3581 chilometri quadrati, pari a oltre il doppio dell’area metropolitana di Londra. L’analisi di 662 zone urbane funzionali (ovvero le città più i loro sobborghi) dell’Unione europea ha delineato la dimensione di un fenomeno preoccupante. Le zone prese in considerazione rappresentano meno di un quarto della superficie europea ma ospitano al tempo stesso il 75% della popolazione continentale.

Quasi l’80% del consumo di suolo sarebbe avvenuto nelle commuting zone, quei sobborghi strettamente collegati al sistema urbano in cui almeno il 15% dei residenti lavora in città. Si tratta di spazi semi rurali che sono spesso importanti per la fauna selvatica, il sequestro del carbonio, la protezione dalle inondazioni e la fornitura di cibo. In pratica queste zone di pendolarismo occupano più aree artificiali per persona rispetto alle città e quindi impattano maggiormente per via della loro inefficienza.

Circa il 60-70% dei suoli in Europa non sono in buone condizioni. Ogni anno circa 1 miliardo di tonnellate di suolo viene spazzato via dall’erosione causando una perdita stimata di produzione agricola di 1,25 miliardi di euro all’anno. Da non sottovalutare anche il ruolo degli stock di carbonio nei suoli in diminuzione: tra i 45mila e 55mila km² di torbiere sono state prosciugate in passato per uso agricolo e 2,8 milioni di siti sono potenzialmente inquinati da attività industriali.

La connessione tra suolo e biodiversità

“Il continuo consumo di suolo distrugge la biodiversità e rende l’Europa sempre più vulnerabile ai disastri naturali”, hanno scritto gli autori del report di EEA, ribadendo che fermare il degrado del territorio e ripristinare le zone umide, le torbiere, gli ecosistemi costieri, le foreste, le praterie e i terreni agricoli è fondamentale per prevenire il declino della biodiversità e adattarsi ai cambiamenti climatici.

Per esempio una gestione intensiva del territorio e l’eccessivo uso di suolo hanno un impatto negativo anche sui lombrichi, collemboli e acari. La salinizzazione indotta dall’uomo degrada inoltre 3,8 milioni di ettari in Europa, senza dimenticare il rischio desertificazione elevato che corrono alcune aree (25% dei suoli) dell’Europa meridionale, centrale e orientale.

Per ottenere un’Europa climaticamente neutra entro il 2050, la Commissione europea si è posta l’obiettivo di proteggere il suolo da tutti questi rischi. Bruxelles lancerà progetti sul Carbon Farming e aderirà all’iniziativa globale “4 per 1000″ per aumentare il contenuto di carbonio organico nel suolo dei terreni agricoli.

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