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Notizie di economia circolare / Microfibre, l’inquinamento invisibile della produzione tessile
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Microfibre, l’inquinamento invisibile della produzione tessile

3 min di lettura 18 settembre 2026

Ogni anno l’industria tessile genera circa 92.000 tonnellate di inquinamento da microfibre. Di queste, secondo il rapporto From Shedding to Solutions pubblicato recentemente da Earth Action, oltre 58.000 tonnellate (il 63%) finiscono nell’ambiente. È la prima volta che viene stimata la perdita di microfibre nella filiera tessile.

Oltre a proporre una nuova mappatura, Earth Action ha provato a suggerire delle soluzioni che potrebbero contenere un parte della dispersione.

“Le evidenze sono già abbastanza solide per agire ora”, ha dichiarato Sarah Perreard, co-fondatrice di Earth Action. "Le microfibre non restano dove vengono rilasciate. Viaggiano attraverso fiumi e oceani, entrano nel cibo che mangiamo e, sempre più, nei nostri stessi corpi”.

La dispersione delle fibre tessili è un fenomeno multifattoriale.  Il tasso di contaminazione cambia a seconda della progettazione delle fibre e dei filati, dalla struttura del tessuto, dai trattamenti di finissaggio, dalla lavorazioni meccaniche (a secco e a umido), dagli input chimici, dalle pratiche di controllo qualità, nonché dal trattamento delle acque reflue e dalla gestione dei fanghi.

Inoltre, una quota significativa della dispersione complessiva nell’intero ciclo di vita può verificarsi durante l'uso, per esempio nel corso dei lavaggi. In questo caso, i tassi di rilascio delle fibre non dipendono soltanto dalle caratteristiche del prodotto, ma anche dal comportamento dei consumatori e dalle condizioni di lavaggio.

 

Dove si concentra l’inquinamento da microfibre

Le perdite globali in fase di produzione sono fortemente concentrate nei principali paesi manifatturieri, secondo la mappatura di Earth Action. Il 54% avviene in Bangladesh (25%), Pakistan (17%) e Cina (12%). Tuttavia, queste elevate perdite non si traducono automaticamente nei più alti livelli di dispersione ambientale. Dove finiscono le fibre dipende soprattutto da come sono gestiti i reflui e i fanghi negli stabilimenti.

La Cina supera il Pakistan come seconda maggiore fonte di dispersione globale di microfibre, con una quota del 15% contro l'11% di Islamabad. Il Bangladesh rimane il principale responsabile, rappresentando il 24% delle emissioni annuali totali.

A livello globale gli impianti di trattamento delle acque reflue intercettano ogni anno circa 34.000 tonnellate di microfibre (il 37% del totale generato). Gran parte di queste però non vengono eliminata, ma finiscono nei fanghi di depurazione.

Infatti il trattamento delle acque riduce la dispersione di microfibre di appena il 6%.

 

 L’ecodesign e altre soluzioni  

Depurazione delle acque reflue e gestione dei fanghi sono due componenti di un unico sistema che, se messe in condizioni di funzionare in sinergia, potrebbero sbloccare un potenziale di cattura significativo. Ma è a monte che le scelte fanno davvero la differenza.

Secondo le stime di Earth Action, grazie alla progettazione circolare di materiali e filato, alcune aziende tessile riducono la dispersione di fibre del 60-90%.

Sul piano operativo, il rapporto individua quattro leve su cui intervenire in modo coordinato: design del prodotto, ottimizzazione dei processi produttivi (con particolare attenzione ai paesi ad alta intensità di perdite), potenziamento del trattamento delle acque reflue e contenimento responsabile dei fanghi.

Secondo un scenario ambizioso, la combinazione di questi interventi potrebbe ridurre le perdite in fase produttiva di circa il 95% entro il 2032.

Per l’industria il messaggio è chiaro. “Questo rapporto rafforza l’idea che il settore abbia raggiunto un punto di inflessione: la sola misurazione non è più sufficienta”, ha commentato Kyle Blakely del brand statunitense Under Armour. “Il prossimo passo non è produrre nuovi dati, ma tradurre quelli esistenti in obblighi, standard e pratiche che spostino realmente le fibre fuori dall’ambiente, prima che entrino nella catena alimentare e, infine, nei corpi umani”.