Un terreno contaminato da metalli pesanti non è un terreno morto. Almeno finché c’è la possibilità di risanarlo tramite la bioremediation, un tecnica che avvalendosi dell’attività metabolica dei microrganismi biodegrada gli idrocarburi e altri inquinanti, anche per due o tre mesi.
Introdotta negli anni ’70, la bioremediation è vista come evoluzione alternativa ed ecologica rispetto ai metodi di bonifica convenzionali. Coinvolge diverse tecniche, che variano a seconda del tipo di contaminazione e delle condizioni ambientali del sito da trattare.
Il primo passo è la selezione di microrganismi specifici, come batteri o funghi, capaci di degradare gli inquinanti. Questi organismi vengono coltivati in laboratori specializzati e monitorati attraverso strumenti come incubatori BOD, che mantengono condizioni ideali per la crescita e la respirazione biologica controllata. Grazie a questi incubatori è possibile misurare e regolare il consumo di ossigeno dei microrganismi, permettendo ai ricercatori di verificare e poi certificare la loro efficienza nel degradare sostanze organiche complesse.
I batteri più utilizzati per la bioremediation sono quelli che vivono in ambienti estremi, capaci di resistere a condizioni di temperatura e pH variabili. Vengono coltivati da incubatori CO₂ quando necessitano un’atmosfera arricchita di anidride carbonica.
Bioremediation a Ravenna
A Ravenna è stato inaugurato da ENI Rewind a giugno uno dei più grandi e tecnologicamente all’avanguardia impianti di bioremediation in Italia, capace di trattare 80.000 tonnellate di terreni contaminati da idrocarburi. Sorge sull’ex sito industriale di Enichem che nel 2021, dopo decenni di attese e discussioni, è stato finalmente bonificato.
Inoltre c’è un laboratorio chimico gestito da Labanalysis Environmental Services, partecipata da ENI Rewind, che garantirà la conformità dei processi.
ENI Rewind ha spiegato che, vista la presenza di 4.000 distributori di benzina e circa 300 cantieri di bonifica sempre attivi, ha puntato su un modello in cui ogni singolo lotto viene portato all’impianto, analizzato, processato, risanato e poi reimmesso in diversi cantieri, applicando una circolarità flessibile.
Secondo Paolo Grossi, amministratore delegato di ENI Rewind, l’impianto è in grado di soddisfare una parte consistente della domanda di bioremediation entro un raggio di circa 300 km e l’azienda valuterà la possibilità di realizzare un altro impianto nel Centro-Sud. Bonifica, riqualificazione industriale ed economia circolare:
La riqualificazione dell’ex area industriale di Ca’ Ponticelle comprende anche un importante impianto fotovoltaico per la produzione di energia da fonti rinnovabili, con un potenza di 6 MWp e si estende su 11 ettari, con oltre 10.000 pannelli installati. I moduli, in grado di captare la luce su entrambi i lati, sono montati su strutture mobili che seguono il percorso del sole durante la giornata, ottimizzando così la produzione di energia.
Le strutture poggiano su appositi supporti collocati direttamente sulla copertura impermeabile realizzata nell’ambito degli interventi di messa in sicurezza permanente dell’area.
Quattro tecnologie di biorisanamento promettenti
La bonifica dei siti industriali inquinati è un problema globale, costoso e complesso che richiede soluzioni progettuali e tecnologiche innovative. Nel quadro del progetto europeo EiCLaR, i ricercatori hanno messo a punto strategie di biorisanamento mirate a una serie di inquinanti ad alto impatto su suolo e falde: solventi clorurati, sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS), idrocarburi petroliferi e metalli pesanti.
Tra le tecnologie testate figurano l’elettro-nano-biorisanamento (ENB), il risanamento bioelettrico (BER), la degradazione metabolica aerobica del TCE (MBR) e il fitorisanamento potenziato (EPR). I test, condotti su 12 siti in Europa e in Cina, hanno valutato la capacità di queste soluzioni di operare su suoli e falde con caratteristiche diverse (permeabilità, pH, concentrazione e tipologia degli inquinanti) fornendo indicazioni utili per applicazioni su scala reale, anche in contesti geochimici complessi.
Secondo Il coordinatore del progetto Tim Vogel, i test hanno esaminato la capacità di queste tecnologie di funzionare in suoli e falde acquifere con caratteristiche diverse, tra cui quelle che interessano la permeabilità, il pH, la concentrazione e il tipo di inquinante.