Un sottoprodotto della liquirizia potrebbe diventare la chiave estendere la shelf-life di alimenti ad alta deperibilità. Alkelux, giovane startup deeptech sarda, ci sta provando sul serio, dopo avere sviluppato e testato un additivo naturale e privo di metalli capace di trasformare gli imballaggi “passivi” in packaging attivi in grado di rallentare batteri, muffe e il deterioramento di cibo fresco.
L’innovazione parte dalla peluria delle radici
L’idea di Alkelux ruota attorno a un additivo antimicrobico naturale ottenuto dagli scarti alimentari, più precisamente dalla peluria delle radici di liquirizia, una risorsa fino a oggi priva di valore economico. Ma come? la tecnologia è stata ribattezzata nano-polymer dots, ovvero nanoparticelle a base carboniosa con spiccate proprietà antimicrobiche.
Queste particelle vengono estratte dagli scarti della filiera della liquirizia (centinaia di tonnellate di radici prodotte ogni anno) e trasformati in un additivo industriale ad alte prestazioni. La liquirizia, ridotta in polvere finissima, invisibile e inodore, viene applicata alle plastiche che conservano i cibi, rallentandone la deperibilità.
L’esperimento raccontato un anno fa da Matteo Poddighe, chimico e CEO della startup, riguardava le fragole: conservate in una confezione tradizionale, dopo tre giorni presentano già muffe; con Alkelux resistono fino a nove giorni, triplicando la shelf-life. Anche su mirtilli e altri piccoli frutti deperibili i risultati sono analoghi.
Come funziona l’additivo: luce, acqua e nessun metallo
Il nome “Alkelux” non è casuale: “Alke” richiama l’alchermes, “Lux” la luce. L’additivo è fotoattivo, cioè l’esposizione a luce solare o artificiale ne potenzia l’azione antimicrobica. Tecnicamente si tratta di un nano-polimero idrosolubile ottenuto dagli scarti di lavorazione della liquirizia, composto da carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto.
Non contiene metalli allergenici né titanio e si integra nei processi industriali senza richiedere riconfigurazioni degli impianti. Un grammo di polvere è sufficiente a funzionalizzare un chilo di plastica, rendendo la tecnologia altamente competitiva rispetto alle soluzioni sintetiche.
La scalabilità circolare di Alkelux
Fino ad oggi la produzione di Alkelux era limitata a una scala di laboratorio di circa 10 kg annui. Grazie alla costruzione del nuovo impianto pilota a Sassari prevista entro la fine del 2026, la capacità salirà a 4,5 tonnellate annue.
Inoltre la startup sassarese sta già lavorando per estendere l’uso dell’additivo al packaging per la carne, panificati ed eventualmente anche al comparto biomedicale per la creazione di dispositivi monouso a basso impatto ambientale.
Il secondo step sarà riuscire ad aprire un impianto in Calabria, il cuore della filiera della liquirizia, e arrivare a una produzione su scala globale entro l'inizio del 2028.
“La nostra ambizione è costruire un’infrastruttura che inizi in Sardegna e valorizzi gli scarti della Calabria”, ha dichiarato Matteo Poddighe, CEO e founder di Alkelux, con contratti già attivi in Messico, Cile e Thailandia.
Ma la circolarità per Alkelux non si ferma agli additivi. Dal sito web della startup emerge anche anche un servizio di consulenza tecnica su processi HTC (Hydrothermal Carbonization): trasformare biomasse e fanghi in hydrochar, con prove su impianti pilota, supporto normativo e formazione. È un tassello coerente con la narrativa aziendale: meno rifiuti, più valore lungo la filiera.
L’idea nata in un laboratorio di Sassari potrebbe spostare davvero l’asticella del packaging circolare. Tutto si trasforma: dalla peluria delle radici di liquirizia, normalmente destinate allo scarto, nasce un potente additivo naturale per imballaggi che punta a valorizzare gli scarti della Calabria e generare posti di lavoro qualificati per chi ha studiato in Sardegna e in Calabria.